1.
LE AERONAUTICHE IN GUERRA
- REGNO D'ITALIA
Dopo l’esordio della guerra di Libia, ci sarebbe
potuto aspettare che l’Italia si desse un'organizzazione aeronautica delle
Forze Armate più solida e articolata, sostenuta da un'industria nazionale in
grado dì fornire materiale in linea col progresso tecnico che andava evolvendo
rapidamente in tutto il mondo.
Quando, scoppiata già in Europa la conflagrazione
tra gli Imperi Centrali e gli Alleati dell’Intesa, il Governo italiano decise
la mobilitazione generale, il Corpo Aeronautico Militare, col R.D. 11/1915, era strutturato in una Direzione Generale Aeronautica, un Comando di Aeronautica, con alle dipendenze il Battaglione Dirigibilisti, il Battaglione
Aerostieri e lo Stabilimento di
Costruzioni Aeronautiche, e un
secondo Comando Aviatori con alle
dipendenze il Battaglione Squadriglie
Aviatori, il Battaglione Scuole
Aviatori, la Direzione Tecnica
dell’Aviazione Militare e l’Istituto
Centrale d’Aeronautica.
La Regia Marina aveva già
intrapreso da alcuni anni la formazione di una propria aviazione. Partendo da
esperienze legate soprattutto ai palloni aerostatici in funzione di
ricognizione ed osservazione, si giunse presto alla costituzione di una scuola
per piloti d'aereo a Venezia (1913). I piloti usciti da tale scuola fondarono
la squadriglia "San Marco",
che venne assegnata alla Regia Marina ed equipaggiata con otto idrovolanti di vario
tipo.
Quindi, allo scoppio del conflitto, la Regia Marina poteva
contare anch’essa su un proprio “Servizio Aeronautico”, istituito parimenti nel
1913: tre stazioni idrovolanti, tre per dirigibili e due navi appoggio, Elba ed Europa. Dagli iniziali 15 idrovolanti del 1915, la Regia Marina,
nel corso del conflitto, arriverà a schierare 11 squadriglie distribuite fra
Venezia, Porto Corsini ed Ancona.
Allo scoppio delle ostilità, avvenuto il 24 maggio 1915, l’Italia schierava una Forza aerea di
15 squadriglie di aeroplani, di cui solo 12 mobilitate (6 su Blériot, 4 su
Nieuport e 2 su Maurice Farman, tutti da
ricognizione, qualcuno poteva anche effettuare limitate missioni di
bombardamento) oltre a 3 dirigibili: il P-4 (Asso a disposizione della Marina), l’M-1 e
il P-5. A questi mezzi, facenti parte dell’Aeronautica
dell’Esercito, si aggiungono quelli della Marina comprendenti 15 idrovolanti (5
Curtiss, 4 Borei, 4 Albatros e 2 Bréguet) e due dirigibili: l’M-2 “Città di Ferrara” e il V-1 “Città di Jesi”. Un totale di 86 tra
aeroplani e idrovolanti, tutti di produzione estera, prevalentemente francese e di tipo generalmente superato.
I piloti sono circa 130, di cui solo una cinquantina
ai reparti mobilitati; gli specialisti, tra motoristi e montatori, pochi di
più; gli ufficiali osservatori una ventina. A fronteggiarli stanno un
dirigibile ed un centinaio tra aerei ed idro austriaci, in parte già provati in
combattimento sui fronti orientali. A titolo di confronto, dopo quasi un anno
di guerra, la Francia schiera già 1150 velivoli e la Germania 764.
Numeri, quelli italiani, piuttosto ridotti, ai quali avevano contribuito
diversi fattori tra cui, in primis, la limitatezza dei bilanci assegnati alla
voce aviazione, causata dalla scarsa fiducia che i vertici militari, per la maggior
parte legati ai tradizionali schemi tattici e strategici ottocenteschi,
attribuivano, nonostante le buone prove in Libia, all'aeroplano. Né in
condizioni migliori era lo schieramento dei dirigibili e dei draken da
osservazione. Le Scuole di Pilotaggio erano quattro in totale ed fornivano un
gettito di piloti alquanto modesto. L'industria aeronautica era appena in
embrione ed infatti nel primo anno di guerra consegnò ai reparti soltanto 382
velivoli.
Dato lo stato primordiale dell'industria aeronautica
in Italia, furono presto acquistati numerosi aerei esteri, per lo più francesi.
Tuttavia, quando alla prova dei fatti l’impiego degli aeroplani in battaglia si
dimostrò ancora e una volta estremamente utile, allo stesso tempo fu dato forte
impulso alla creazione di un apparato industriale che potesse garantire, in
breve tempo, una consistente produzione di aeromobili. Inoltre, venne fortemente incrementato il gettito di piloti e
specialisti dalle Scuole e vennero ampliati i quadri dei reparti.
Le cifre della produzione salirono rapidamente anche se non si può
affermare che tutto il materiale realizzato fosse di eccezionale qualità,
specialmente per quello costruito su licenza. Tra i velivoli di produzione
completamente nazionale ce ne furono peraltro alcuni che vennero giustamente
classificati tra i migliori della prima guerra mondiale: un esempio il cacciabombardiere
ricognitore Ansaldo SVA.
Per quanto riguarda le operazioni, la scarsa aviazione italiana fu
impegnata nei primi mesi del conflitto soprattutto in voli di ricognizione.
Da un punto di vista tattico, l'aviazione italiana
aveva il problema di dover superare le Alpi per portare l’attacco in territorio nemico. Allo
stesso tempo, molte delle aree che ricadevano nel raggio d’azione dei propri
aerei erano territori che l'Italia sperava di conquistare in seguito al
conflitto, e quindi aveva poco senso bombardarli indiscriminatamente. In
risposta alla necessità di effettuare missioni di bombardamento a lungo raggio,
fu dato impulso alla costruzione di ben 75 dirigibili. Essi, tuttavia, non
entrarono mai in servizio in tale enorme numero, né conseguirono mai risultati
comparabili a quelli ottenuti dalle aeronavi tedesche nei confronti del Regno
Unito.
Nell'ambiente aeronautico italiano, già
prima della guerra, andava maturando l’idea di sviluppare una forza di aeroplani
da bombardamento con autonomia sufficiente per attaccare i più importanti
centri nemici ben oltre la linea del fronte. Tale idea si concretizzò nel più importante successo ottenuto
dall'aviazione italiana nel corso della grande guerra grazie all'iniziativa di
Giulio Douhet ed al suo contatto personale col costruttore aeronautico Gianni
Caproni.
Douhet, tenace assertore fin dal 1909 dell’impiego
del mezzo aereo come arma risolutiva dei conflitti, riteneva necessario dotare
la nascente aeronautica di un tipo di velivolo in grado di portare l’offesa in
grande profondità nel territorio avversario. L’aereo propugnato da Douhet
doveva trasportare un ingente carico bellico e possedere un raggio d’azione
adeguato all’esigenza, nonché velocità sufficiente a giungere di sorpresa
sull’obiettivo e riuscire nel contempo a sfuggire alla caccia nemica. Egli
aveva esposto queste idee nel suo libro Regole
per l'uso degli aeroplani in guerra, uno dei primi manuali di dottrina
sulla materia, ma le sue teorie, mentre ottenevano il plauso di entusiasti innovatori tra i quali, se non per rigore tecnico, certamente
notevole per impeto ed entusiasmo, si deve annoverare Gabriele d'Annunzio, venivano da molti giudicate troppo radicali.
Il 13 novembre 1913 Douhet, promosso maggiore, fu nominato Comandante del
Battaglione Aviatori, incarico che svolse con intelligente lungimiranza. Nella
seconda metà del 1914, Douhet si assunse la responsabilità di autorizzare la
ditta Caproni a produrre il grosso bombardiere trimotore Ca.31, malgrado il
parere contrario del generale Maurizio Mario Moris, Ispettore dell'Aeronautica.
Per questo atto privo di autorizzazione, Douhet venne allontanato
dall'aviazione e trasferito alla 5ª Divisione fanteria, con l’incarico di Capo
di Stato Maggiore, reparto che, allo scoppio della prima guerra mondiale, fu schierato sull’Adamello.
Nel frattempo, pur tra velenosi contrasti e numerose difficoltà non
facili da superare, la forza da bombardamento veniva creata soprattutto ad
opera del geniale Gianni Caproni che con i suoi biplani Ca.3, seguiti dai Ca.4
triplani e dai Ca.5, fornì all’Aviazione italiana i mezzi per un’affermazione
indiscussa e soprattutto innovativa in campo strategico.
I primi Ca.3 entrarono in azione nell’agosto del 1915 ed effettuarono
subito azioni prevalentemente in campo tattico. L’esperienza sui bombardamenti
andava intanto maturando e il 18
febbraio 1916 si aveva la prima azione di valore eminentemente strategico:
l’attacco al lontano nodo ferroviario di Lubiana in Croazia.
Sebbene Douhet avesse pagato duramente la propria
iniziativa, di fatto la Regia Aeronautica si trovò provvista degli ottimi
bombardieri trimotori Caproni le cui operazioni, svolte con
la scorta inizialmente dei Farman e dei Voisin e successivamente dei SIA e degli
SVA, ebbero ripercussioni importantissime tanto con attacchi tattici sulle zone
di battaglia quanto con azioni strategiche sulle retrovie e sui lontani centri
di rifornimento e di organizzazione logistica del nemico. Le azioni su Pola,
effettuate anche di notte e in condizioni di scarsa visibilità, furono
memorabili, ed ebbero del leggendario soprattutto considerando oggi, al lume
della raffinata tecnica odierna, le difficoltà enormi di quei voli, tanto dal
lato della condotta della navigazione, quanto da quello dell'azione militare
vera e propria. La caccia avversaria era infatti attivissima pur se
efficacemente contrastata da quella nostra.
Douhet, nonostante non facesse più parte
dell’aviazione dell’Esercito, forte dei successi dei Caproni, continuava a
sostenere le proprie idee in materia: propose la costruzione di cinquecento bombardieri
in grado di lanciare sul nemico 125 tonnellate di bombe al giorno; nel 1916, scrisse
ai superiori e ai vertici politici per promuovere le proprie idee e criticare
l'incompetenza in materia degli Alti Comandi. L'atteggiamento critico sul
metodo di conduzione della guerra da parte del generale Cadorna, procurò a Douhet l'ostilità delle alte gerarchie. Un
suo memoriale diretto a Leonida Bissolati, assai critico
nel contenuto verso lo Stato Maggiore, venne intercettato e Douhet fu tratto in
arresto e, processato davanti al tribunale militare per diffusione di notizie
riservate, condannato a un anno di carcere militare e al termine, nell'ottobre
1917, posto in congedo militare. Tale periodo di cattività gli diede tuttavia
la possibilità di consolidare le proprie idee, e di gettare le basi per il suo
libro "Il dominio dell'aria" che sarebbe stato pubblicato solo
nel 1921.
L'impiego degli aerei in grandi formazioni fino a
cinquanta velivoli, numero mai eguagliato da altre aviazioni durante la prima
guerra mondiale, diede la dimostrazione pratica della validità delle teorie di
Douhet, il quale venne riabilitato, anche grazie ai buoni uffici del poeta e
aviatore Gabriele d’Annunzio, e nel
dicembre 1917 richiamato in servizio come Capo della neo costituita Direzione Generale di Aviazione del Ministero delle Armi e Munizioni, ma il
4 giugno del 1918, lasciò di nuovo polemicamente il servizio quando entrò in
conflitto con l’ing. Ferdinando Maria Perrone, dell’Ansaldo, su questioni
relative alle commesse, chiudendo di fatto la sua carriera nell'Esercito.
Ad ogni modo, le esperienze tecniche di grande rilevanza della giovane
Aviazione italiana non si limitarono al solo bombardamento. Dagli equipaggi dei
bombardieri a quelli della ricognizione e dell'osservazione al tiro
d'artiglieria, da quelli della caccia a quelli dei dirigibili, dei draken e
degli idrovolanti, numerosi furono i successi, i fatti d’arme importanti, soprattutto
gli eventi innovativi dal punto di vista tecnico, che ebbero luogo in quei
cruenti giorni.
Fu effettuato praticamente il primo lancio
aereo del siluro. Sabotatori vennero portati a terra (o paracadutati) da audaci
piloti che atterravano o ammaravano oltre le linee. Vennero compiuti i primi
lanci di rifornimento a mezzo di rudimentali paracadute su reparti isolate o
troppo in posizioni avanzate nel vivo della battaglia per poter ricevere supporto
via terra in modo sicuro ed efficace.
Le prime vere azioni della caccia sul fronte italo-austriaco ebbero
inizio solo nel 1916 dopo la consegna ai reparti degli ottimi Nieuport 11
“Bebè”, cui fecero seguito gli SPAD VII e XIII, e infine gli Hanriot HD.1,
tutti aerei francesi per lo più prodotti su licenza in Italia.
Tralasciando l’evoluzione delle tecniche di
combattimento, giova particolarmente analizzare un singolo importantissimo
episodio che vide protagonista la caccia italiana: la battaglia di Istrana ovvero la battaglia aerea più importante sul
fronte italiano della prima guerra mondiale, svoltasi nel cielo della omonima località,
nei pressi di Treviso, il 26 dicembre 1917.
Dopo Caporetto, l'aviazione italiana, in concomitanza
con la battaglia d'arresto sul Piave e sul Grappa, si era riorganizzata
concentrando le forze disponibili sugli aeroporti a ovest del Piave. Al 20
novembre 1917, avevano sede sulla base aerea di Istrana ben 7 squadriglie
caccia italiane e alcuni reparti caccia britannici, equipaggiati con Sopwith
Camel, giunti a sostegno delle forze armate italiane.
Anche la Luftstreitkrafte,
la forza aerea imperiale tedesca, aveva inviato in aiuto dell'alleato austro-ungarico
reparti da caccia, ricognizione e bombardamento.
Il giorno di Natale del 1917, l’asso canadese William
George “Billy” Baker, con altri due piloti, eseguì un attacco non autorizzato
contro la base dell'aviazione germanica di Motta di Livenza, nei pressi di
Udine. Durante l'attacco i tre Camel mitragliarono diverse baracche, provocando
15 morti e danneggiando 5 aerei, e poi lasciarono cadere sul campo un cartello
su cui era scritto:
«To the austrian flying corps from english RFC wishing you a very Merry
Christmas».
Come azione di ritorsione contro quella che ritenevano
una violazione ad una sorta di tacito armistizio natalizio, i tedeschi decisero
un'azione di bombardamento contro il campo di Istrana da essi ritenuto base di
soli reparti britannici.
La mattina del giorno 26 dicembre sul cielo di Istrana
apparve, del tutto inaspettata, una imponente formazione di aeroplani tedeschi,
composta da 25 tra biposto DFW C.V e bimotori AEG G.IV, scortati a quota più
alta da 15 caccia Albatros.
Sul campo, in linea di volo, 8 aerei della 82a
Squadriglia erano disponibili per i piloti in servizio d’allarme che iniziarono
i decolli mentre le prime bombe e le prime raffiche di mitragliatrice già piovevano
sull'aeroporto. 7 caccia dell'82ª riuscirono a decollare. Intanto, mentre le
bombe tedesche colpivano un hangar causando la morte di 4 specialisti e
danneggiando 5 Hanriot, decollavano anche altri caccia di altre squadriglie. Ai
nostri piloti, si affiancarono 3 Sopwith Camel inglesi già in volo di pattuglia.
Quindi, nonostante la completa sorpresa, in volo c’erano almeno 15 caccia
italiani, coadiuvati dai 3 britannici, che andarono direttamente all’attacco dei
bombardieri avversari, prima di essere impegnati in combattimento dai caccia di
scorta, abbattendone un gran numero. Verso le ore 12.00 una nuova ondata di 8
bombardieri volava verso Istrana. La sorpresa, però era svanita, e la
formazione, intercettata sopra Montebelluna, dopo gravi
perdite, si liberò delle bombe e fece rientro alla base rinunciando all'azione.
Al termine dello scontro, tra la prima e la seconda
ondata, gli austro-tedeschi lamentarono la perdita di almeno 11 velivoli. Le
perdite italiane, assommarono a 4 specialisti deceduti e 7 Hanriot HD.1
distrutti e 2 danneggiati tutti al suolo.
A seguito della felice conclusione dell’evento, il VI
Gruppo aeroplani (poi 6º Gruppo caccia) fu Decorato
di Medaglia di Bronzo al Valor Militare con la seguente motivazione:
«Durante
un'incursione aerea nemica, in cui ben trenta velivoli avversari bombardavano e
mitragliavano il campo di aviazione del 6º Gruppo aeroplani, tutti i piloti
presenti, non scossi dalle prime perdite, si levarono in volo e con un
contrattacco fulmineo ed imbattibile abbattevano ben undici apparecchi nemici,
costringendo gli altri alla fuga.
Cielo di
Fossalunga (Istrana) 26 dicembre 1917»
Dopo la battaglia di Istrana, l'aviazione austro-germanica
evitò i bombardamenti diurni, limitandosi a missioni notturne. Da parte
italiana, evidenziata la vulnerabilità dei campi di volo conosciuti, si attuò
un piano di decentramento, distribuendo i velivoli su più campi e attivando nuove
tecniche di mimetizzazione. Ma l’evento rappresentò l'inizio di una definitiva
supremazia aerea dell'aeronautica italiana che si sarebbe manifestata
compiutamente nelle successive battaglie del Solstizio e di Vittorio Veneto. La battaglia di Istrana confermò inoltre
l'applicazione di nuove tattiche come il combattimento in formazione, poco utilizzato
prima sul fronte italiano. L'attacco isolato di uno o due caccia contro
formazioni avversarie, pur conseguendo qualche successo, non riusciva ad
impedire che l'azione nemica raggiungesse il suo obiettivo. L’attacco dei
caccia in formazione invece aumentava l'efficacia del contrasto contro
formazioni avversarie, arrivando persino a impedirne l’obiettivo e contribuendo
inoltre alla reciproca protezione tra leader e gregari. Si trattava
dell’applicazione alla tattica aerea del principio della massa.
D’Annunzio gettò le basi, tra l’altro, dell'arditismo
aviatorio, effettuando una serie di rischiose missioni di ricognizione sull’Adriatico
e il famoso raid su Vienna, finalizzato al lancio di volantini: una vera e
propria azione di guerra psicologica. Fu un'impresa
aviatoria particolare, compiuta nell'imminenza della vittoria: dei 10 S.V.A.
della 86a Squadriglia “La
Serenissima” decollati al comando di Gabriele D'Annunzio per Vienna, solo
sette raggiunsero la capitale nemica dove, in segno di cavalleresca, temeraria
sfida, lanciarono decine e decine dì chili di manifestini tricolori con un
ardente messaggio ideato proprio dal poeta abruzzese. Fu la più bella
conclusione aviatoria di una guerra che soltanto pochi altri seppur drammatici
episodi aveva da aggiungere. Lo S.V.A., il miglior aeroplano progettato prodotto
autonomamente dall’industria italiana, ne fu il degno protagonista.
All'atto della firma dell’armistizio, nelle Squadriglie italiane erano
in linea, efficienti, 1.758 tra aeroplani e idrovolanti. Nel solo 1918 erano
stati prodotti dall’industria nazionale 6.488 aerei e 18.840 motori; 5.100
furono i piloti addestrati durante il conflitto; 763 gli aerei avversari
abbattuti; 22 le Medaglie d'Oro al Valor Militare assegnate a personale dei
Reparti di volo; nelle azioni e negli incidenti di volo connessi con l'attività
bellica e delle Scuole, cumulando il personale dell'Esercito e quello della
Marina, i Caduti furono 1.784.
L'impulso dato da Douhet all'aviazione italiana sfociò
nella trasformazione del primitivo esile apparato produttivo in un’industria di
grandi potenzialità e dimensioni. Ciò nonostante, i dati della produzione nazionale di aeromobili
indicano la limitatezza della guerra aerea nel teatro italiano: 11.986 aerei
prodotti dal Regno d'Italia contro i 5.431 prodotti dall'impero
austro-ungarico, se confrontati con i circa 150.000 velivoli prodotti
dall'industria tedesca, inglese e francese messe insieme, evidenziano la
notevole differenza tra l’apparato industriale italiano e quello delle tre
potenze maggiori impegnate nel conflitto.
Nessun commento:
Posta un commento
Nota. Solo i membri di questo blog possono postare un commento.