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Il Bombardamento
Nonostante i caccia e i loro piloti fossero oggetto di
grande attenzione e considerazione presso il grande pubblico, anche grazie alle
robuste campagne propagandistiche effettuate dai paesi belligeranti a mezzo
stampa, il loro ruolo nella guerra fu essenzialmente difensivo.
Come teorizzato dall'italiano Dohuet,
dallo statunitense William T. Mitchell e dall’inglese Hugh Trenchard già prima
del conflitto, i bombardieri furono invece lo strumento bellico che esercitò un
peso effettivo sulle sorti della guerra.
Come evidenziato in precedenza, il
primo impiego operativo dell’aeroplano fu nella ricognizione e nella direzione
del tiro d'artiglieria, compiti che sebbene svolti con molta diligenza, lasciavano
intercorrere un tempo tra la segnalazione e l'effettiva distruzione del
bersaglio molto lungo, talvolta tatticamente inaccettabile. Anche con
l'introduzione della radio per la comunicazione con le postazioni di terra, il
nemico conservava sempre un certo vantaggio che gli permetteva, appena
avvistava un ricognitore avversario, o di spostare le truppe o di fortificare e
nascondere le installazioni fisse. Fu così naturale che alcuni dei piloti
ricognitori pensassero di portare con sé delle bombe da sganciare direttamente
senza aspettare l'intervento dell'artiglieria.
Come accennato in precedenza, i
primi tentativi di utilizzare il mezzo aereo in funzione di bombardiere
risalivano alla guerra italo-turca, ed erano sostanzialmente stati degli
esperimenti. Infatti, il carico bellico era minimo: poche bombe a mano di un
paio di chili ciascuna, innescate prima del lancio dal pilota stesso o dall’osservatore
sugli aerei biposto. L’efficacia di tali attacchi era davvero poco più che
simbolica, ma i piccoli e leggeri ricognitori non permettevano di fare di
meglio.
Si cominciò pertanto a progettare
aerei dalle dimensioni tali da permettere loro voli su lunghe distanze portando
diverse bombe del peso di qualche centinaio di chili. Contrariamente a quanto
avvenne per i caccia, le prime nazioni che si interessarono ai bombardieri
furono la Russia e l'Italia.
La Russia già nel 1913 possedeva il
Bolshoi Baltisky B, un gigantesco biplano di venti metri di lunghezza e
ventisette d'apertura alare che però aveva dei difetti che ne impedirono un
impiego bellico, primo fra tutti la misera velocità di soli 85 km/h che lo
metteva alla mercé di qualsiasi aeroplano avversario incontrasse e rendeva fin
troppo facile anche il tiro da terra. Sicuramente migliore fu il Sykorsky Ilya
Mourometz V, un quadrimotore con trenta metri di apertura alare e una velocità
di 125 km/h che poteva trasportare mezza tonnellata di bombe.
Fu però l'Italia a far nascere i
migliori aerei da bombardamento della prima guerra mondiale: si trattava della
serie dei bombardieri Caproni. I modelli Ca.30, Ca.32, Ca.40 e Ca.42 segnarono
l'evoluzione di questa tipologia di aereo fino alla progettazione e
realizzazione nel 1918 del bombardiere "definitivo" il Ca.46, il vero
dominatore della sua categoria. Esso era un possente biplano trimotore in grado
di trasportare oltre 500 kg di bombe con una velocità di crociera di 150 km/h e
un armamento difensivo composto da due mitragliatrici brandeggiabili. Il
bombardiere, comprese le sue varianti Ca.44 e Ca.45, ebbe tanto successo da
essere costruito in 225 esemplari e la licenza di costruzione fu concessa anche
a società inglesi, francesi e americane che fornirono i propri prodotti alle
rispettive aviazioni militari.
Il nuovo mezzo aereo consentì il
cambio del paradigma in vigore fino a quel momento, che vedeva gli eserciti
confrontarsi sulla linea del fronte, mentre il territorio dietro le linee
continuava a vivere un'esistenza pressoché normale. L'avvento dei bombardieri, con
la loro capacità di colpire obiettivi posti molto all’interno delle linee
nemiche, consentì per la prima volta di coinvolgere la popolazione civile negli
eventi bellici, e di fiaccarne gli sforzi logistici a supporto dei combattenti al
fronte.
Fu di questo periodo anche lo
sviluppo delle prime dottrine sul bombardamento strategico inteso ad abbattere
le capacità operative avversarie distruggendo la produzione bellica nemica e
ficcando il morale di quanti vi lavoravano, e su quello tattico svolto a sostegno
delle operazioni al fronte colpendo obiettivi specifici, quali postazioni di
artiglieria, snodi ferroviari, concentramenti di truppe, depositi di
rifornimenti e munizioni, che non si potevano attaccare se non dal cielo.
Gli altri Alleati, oltre a costruire
aerei su licenza, tentarono di produrre anche dei bombardieri di loro
concezione, ma il britannico Handley Page V/1500, che avrebbe avuto ottime
prestazioni, non entrò in produzione in tempo per partecipare al conflitto. I bombardieri
francesi invece non avevano prestazioni adeguate per operazioni strategiche.
Le forze armate tedesche, ed in
particolare la Marina, avendo a disposizione due fabbriche specializzate, la Schütte-Lanz e la Zeppelin, che diverrà
molto ben nota in futuro, trovarono inizialmente nel dirigibile l'arma aerea
offensiva ideale per portare carichi di esplosivi relativamente pesanti a
grandi distanze.
Già nel 1914 l'esercito e la marina
tedeschi ne possedevano un discreto numero. La tecnologia delle aeronavi più
leggere dell'aria appariva già sperimentata e più affidabile rispetto ai nuovi
bombardieri più pesanti dell'aria. Inoltre, la caratteristica silenziosità con
cui si muovevano i dirigibili sembrava fatta apposta per il bombardamento di
sorpresa. In particolare, le aeronavi della marina tedesca avevano la struttura
portante in alluminio, quindi più leggera, e di conseguenza avevano velocità e raggio
d'azione superiori a quelle dell’Esercito a struttura lignea.
Colpire obiettivi civili e centri abitati non era una tattica
consueta. Si dovette attendere il 19 gennaio 1915, perché gli Zeppelin L3 ed L4 tedeschi bombardassero
per la prima volta nella storia le città inglesi di Great Yarmouth e King’s
Lynn. Ma il Kaiser Guglielmo II di Germania, attese fino a
maggio 1915 prima di acconsentire, dopo notevoli pressioni da parte dei suoi
comandanti militari, a che si colpisse l'abitato di Londra, facendo tuttavia
salvi i monumenti storici.
Comunque ormai il ghiaccio era rotto
e, nel 1916, lo stato maggiore tedesco decise di lanciare una vasta offensiva
aerea su Londra e le città limitrofe, affidando le missioni alla Marina che disponeva
di due serie di aeronavi: la più vecchia e meno affidabile classe L da 13 a 24,
e la più recente classe L30, su cui si basavano le speranze di successo dei
tedeschi.
I primi raid sulla capitale inglese,
eseguiti di notte nell'estate del 1916, furono un pieno successo. Il terrore
provocato dal bombardamento aereo compensava la scarsa precisione delle bombe
che, sganciate da grande altezza, difficilmente si avvicinavano al bersaglio
prescelto. In aggiunta, nessuna delle aeronavi fu abbattuta a causa
dell'incapacità dei caccia inglesi di incendiare, con le normali pallottole di
cui erano dotate le loro mitragliatrici, l'idrogeno gassoso contenuto nei
grandi involucri.
Il 2 settembre del 1916, insieme
alle aeronavi della Marina, furono inviate anche quelle dell'esercito dando il
via al più numeroso raid di dirigibili sull'Inghilterra. Ma le mitragliatrici
dei caccia inglesi ora erano state dotate di un mix di due tipi di pallottole:
le "Pomeroy-Brock", esplosive, che servivano per squarciare il
rivestimento dei dirigibili, e le "Buckingham" al fosforo che ne
incendiavano l'idrogeno. Un'aeronave dell'esercito, per la prima volta fu abbattuta
dopo due anni di guerra!
I tedeschi, considerando le macchine
dell'esercito obsolete, ritennero normale la perdita di una di esse e così tra
il 23 settembre e il 1 ottobre fecero ulteriori raid inviando anche i nuovi
modelli della classe L30, una delle quali era comandata dall'”asso”
dell'aviazione Heinrich Mathy. Tre aeronavi della serie L30 furono abbattute,
compresa quella del capitano Mathy. Lo shock fu enorme in Germania. Alcuni
comandanti di aeronavi, consci dei pericoli che correvano, cominciarono a tenere
un comportamento eccessivamente prudente durante quelle missioni e furono allontanati dal comando.
L’istituzione della Luftstreitkrafte,
effettuata nell'ottobre 1916, diede origine, tra l'altro, alle squadriglie
tedesche da bombardamento strategico, che provocarono notevoli danni nel Regno
Unito nel 1917 e 1918, e alle squadriglie di supporto tattico (Schlachtstaffeln)
che attaccarono incessantemente le posizioni alleate durante la battaglia di
Cambrai e durante l’offensiva di Primavera tedesca del 1918.
Nel proseguo della guerra, i
dirigibili fecero altri raid sull'Inghilterra, ma senza quella sicurezza che
avevano avuto nell'estate del 1916. Le aeronavi furono perfezionate e la quota
operativa elevata sopra quella raggiungibile dagli aerei inglesi. Ciò garantì
un minore pericolo per gli equipaggi, ma eliminò qualunque residua precisione
nel bombardamento. L'impiego militare dei dirigibili stava dimostrando tutti i
limiti che ne avrebbero decretato ben presto la fine.
Il fronte aeronautico
italo-austriaco, data l'impossibilità di raggiungere quote elevate per gli
aeroplani del tempo, fu inizialmente limitato ai teatri di pianura e di bassa
montagna ma, pur essendo un fronte minore per il numero delle risorse aeree impiegate,
registrò attività
dei reparti aerei italiani fin dal primo giorno di guerra con ricognizioni
fotografiche nella zona di Podgora effettuate dal tenente pilota Gaetano
Coniglio e dal tenente osservatore Andrea De Bratti.
Pur
numericamente minoritario, il ruolo più innovativo è il bombardamento, che
sfruttava la possibilità di colpire in profondità o, comunque, di ignorare le
fortificazioni e le trincee che bloccavano il fronte terrestre. In funzione
tattica, aerei biposto analoghi o identici a quelli da ricognizione, fungono da
cannoni o mortai volanti in appoggio diretto alle truppe, mentre i plurimotori
svolgono azioni a lungo raggio contro nodi di comunicazioni, depositi,
fabbriche. Con una diversa scelta di obbiettivi, i grandi bombardieri possono anche
effettuare missioni strategiche, come propugnato da Giulio Douhet già dal 1909.
Di contro, anche sul fronte
alpino i dirigibili non mantengono le promesse. L’Italia è la prima potenza
dirigibilistica dell’Intesa e la seconda del mondo, ma la perdita di due
aeronavi nei primi mesi di guerra (Città di Ferrara, il 7 giugno 1915 e Città
di Jesi, il 6 agosto) dimostra subito ed in maniera drammatica la
vulnerabilità di questi giganti del cielo ed avvia la riflessione critica sulla
loro utilità militare. Più positivo l’impiego in ruoli meno aggressivi, quale
la scorta convogli o il pattugliamento delle vie di comunicazione.
Il 25 maggio 1915
la prima azione condotta da cinque velivoli del 3° Gruppo che effettuano con
esito positivo il bombardamento dei cantieri di Monfalcone.
In agosto si registra l’esordio non
entusiasmante dei primi tentativi di
bombardamento con in nuovi Caproni Ca.3 sviluppati proprio per tale nascente
specialità. In questa
prima fase, comunque, l’attività dell’aviazione italiana è piuttosto limitata,
soprattutto se confrontata con quella svolta dagli austriaci, il cui livello di
organizzazione e di addestramento è sensibilmente superiore. Il primo bombardamento austriaco fu effettuato il 24
ottobre 1915 su Venezia, causando gravi danni al patrimonio culturale. Poi, nel 1916, nonostante
non disponesse di bombardieri pesanti plurimotori, l'aviazione austro-ungarica ottenne
notevoli successi pionieristici, quale il bombardamento di Milano del 14
febbraio.
L’aviazione italiana rispose con un attacco di grande
impatto mediatico: il 18 febbraio, 5 trimotori Caproni bombardarono lo scalo
ferroviario di Lubiana. In questa che sarà la prima grande azione compiuta nel
territorio nemico, nell’infuriare del combattimento aereo, che vide una
violenta reazione della controaerea, si registrò il tragico rientro del Caproni del cap. Oreste Salomone che recava, autentico feretro volante, le salme degli altri uomini di
equipaggio tutti Caduti eroicamente. Salomone ottenne per questo fatto d’arme la prima M.O.V.M. dell’arma “azzurra”
concessagli motu proprio da Vittorio
Emanuele III.
Sempre nel febbraio 1916, Anche l'aviazione italiana
subì l'improvvisa supremazia dei monoplani Fokker, che
contrastarono efficacemente una missione di dieci bombardieri Caproni, in cui
trovò la morte il comandante del Gruppo, tenente colonnello Alfredo Barbieri, abbattuto dal Fokker A.III dell’”asso”
austriaco Heinrich Kostrba. La morte di Barbieri ridusse momentaneamente le
ambizioni di bombardamento strategico italiane: i bombardieri Caproni furono
limitati a missioni poco oltre la linea del fronte. Mentre gli austriaci, galvanizzati
dal successo, intensificarono le incursioni su tutti centri urbani del Veneto e
si spinsero anche a Monza e Brescia dove fecero numerose vittime fra i civili.
La ripresa della supremazia area italiana si consolidò
nell'aprile del 1916, con la messa in linea dei nuovi caccia francesi Nieuport,
che permisero ai bombardieri di operare sotto adeguata scorta di caccia in
grado di contrastare gli Albatross e i Fokker austriaci.
La consegna ai reparti italiani delle successive serie Ca.4 e
Ca.5 più potenti e meglio armate ribaltò la situazione. I trimotori Caproni, in versioni via via più evolute, furono
tra i maggiori successi dell’industria bellica italiana, specie considerando
che l’Austria-Ungheria non riuscì a sviluppare (né tanto meno produrre) nulla
di paragonabile. Grande
risonanza ebbe il bombardamento effettuato il 2 agosto sul silurificio di
Fiume, condotto da ben 24 Caproni: un Ca.33 della 1a
Squadriglia, 3 Ca.33 della 4a Squadriglia, 3 della 6a
Squadriglia, uno della 7a Squadriglia, 4 dell’8a Squadriglia e 3 della 10a Squadriglia da bombardamento.
Il 9 agosto gli austriaci bombardarono ancora Venezia,
dove si registrò il primo affondamento di un sommergibile da parte di aeroplani:
un’unità inglese alla fonda nel porto. Il successivo bombardamento di Padova fu
uno dei più gravi della prima guerra mondiale, per numero di civili uccisi: 93.
L’aviazione italiana rispose bombardando ripetutamente la base navale di Pola fra
agosto e novembre.
Non si può non
rilevare che mentre gli obbiettivi delle incursioni italiane erano sempre di
natura militare, quelli degli austro-ungarici coinvolgevano spesso la
popolazione civile e monumenti storici e artistici dal valore incommensurabile,
tanto da costringere le Sovrintendenze ad adottare misure a loro protezione.
Anche sul fronte “aereo” l’Italia infatti pagava il prezzo dei confini nefasti
consegnatici nel 1866: mentre le Alpi proteggevano le città dell’Impero
asburgico, Veneto e Lombardia erano esposti all’offesa del nemico che poteva
far decollare i propri velivoli dai campi d’aviazione di oltre Isonzo e di Trieste.
Dopo aver operato con successo
contro Lubiana, Pola, Cattaro, i bombardieri italiani furono presenti ovunque necessario, sia con azioni in
profondità, sia in funzione tattica di appoggio alle truppe sul fronte dell’Isonzo,
da Tolmino al mare, sul fronte del Trentino a partire dalla primavera del 1916,
dall'inizio del conflitto fino alla ritirata di Caporetto, quando i Caproni si trasformarono in bombardieri tattici agendo a contrasto
dell’avanzata austriaca. Finché, durante l'ultimo anno di guerra, saranno costantemente impegnati in assalti
nel settore del monte Grappa e del Piave. Nelle ultime fasi della guerra, entrarono in servizio anche equipaggi
americani, addestrati a Foggia in base ad un accordo intergovernativo. A capo
del distaccamento USA era il battagliero deputato italo-americano e futuro
sindaco di New York Fiorello La Guardia.
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