martedì 19 ottobre 2021

Il generale DE Rossi e la battaglia del Monte Mrzli 2 giugno 1915

 

Maria Luisa Suprani Querzoli

Il Generale De Rossi e la Battaglia del Monte Mrzli (2 giugno 1915)

 

Al Generale Eugenio De Rossi si deve la conoscenza dell’ambiente militare durante l’Età Umbertina: la sua autobiografia, infatti, accanto ai profili di figure divenute poi celebri, si sofferma ampiamente su fragilità e virtù che connotarono il mondo militare (italiano e straniero) a cavallo fra Ottocento e Novecento. Il suo si rivela quindi un contributo indispensabile per comprendere l’assetto mentale, morale e professionale, dell’Italia prossima ad entrare in guerra.

De Rossi, ad un certo punto della carriera, approdò felicemente fra i Bersaglieri: il suo dinamismo (provetto ciclista) e la capacità di coinvolgere con l’esempio i propri sottoposti denotavano in lui una rara sinergia fra equilibrio ed entusiasmo. Anche alla sua opera di intelligence l’Esercito dovette molto[1].

La grave ferita riportata durante le primissime azioni di guerra lo rese invalido, determinando così per lui la fine della partecipazione attiva al conflitto.

Varrà la pena riportare per esteso la descrizione del momento drammatico in cui De Rossi rimase colpito per poi concludere con alcune brevi riflessioni:

 

Tornai tra i miei bersaglieri, dissi brevemente essere venuta l’ora della prova, quella che il destino ha fissato per ognuno. Mi volsi poi a don Gilardi e lo invitai a far atto del suo ministero per i credenti e i miscredenti. […] I volti gravi ma fermi, la fierezza con la quale si drizzarono dopo l’assoluzione in articulo mortis mi dette la sicurezza della loro intrepida risoluzione. Avviai la pattuglia ufficiali, la compagnia di avanguardia e con essa mi incamminai.

Posi sul cappello l’aigrette bianca da colonnello: aveva brillato alla parete, si mostrasse ora al combattimento. […] Superammo altri 300 metri di dislivello. Tutto il mio essere era teso vero l’imminente scoppiar della fucilata, poiché il nemico non poteva tardare  farsi vivo. […] Feci dare il segnale di allungare il tiro, ma non fu compreso, o compreso alla rovescia, perché invece cessò improvvisamente […]. [I]l silenzio dei nostri pezzi fu immediatamente seguito dal crepitare della fucileria nemica e dall’abbaiare delle mitragliatrici, entrate in azione furiosamente. Ma la truppa stette salda attorno agli ufficiali e continuò poi l’ascesa sotto la raffica mortale, accorrendo alla mia voce che incitava e chiamava superando, stentorea come poi mi dissero, il fragore degli spari.[2]

 

Una constatazione prima di proseguire nel racconto: l’impiego delle artiglierie in affiatamento con il procedere delle truppe si dimostra fin da subito un punto di grave fragilità. L’esempio di compensazione morale alle manchevolezze di ordine tecnico è encomiabile. La narrazione di quel momento terribile gravido di molte perdite è particolarmente efficace: la si riprenderà dal momento in cui le cose, per De Rossi, precipiteranno.

 

Conclusione: un attacco frontale oltre che sanguinosissimo non condurrebbe ad alcun risultato, perché sarebbe impossibile rimanere sulla posizione conquistata, dominata completamente dallo Sleme; conviene perciò attendere che cominci l’azione che, per l’alto, doveva svolgere la colonna di fanteria ed artiglieria da montagna verso lo Sleme stesso, per il momento concorrervi dimostrativamente. Spiegai questa decisione ai miei ufficiali. Insistendo particolarmente con Negrotto della necessità della sosta, parve persuaso. Lasciai la linea di fuoco  per scendere ad una cinquantina di metri, in un punto donde si scorgeva il terreno che avrebbe dovuto percorrere la colonna aggirante e vedere altresì l’arrivo dei battaglioni chiamati in rinforzo […]. Non erano trascorsi dieci minuti che scoppiò vivacissimo il fuoco sul fronte, seguito dal grido di «Savoia!».

Era Negrotto che preso, suppongo, da un accesso di pazzia guerriera, volendo, ritengo, coprirsi di gloria e dimostrare che la baionetta è ancora oggi la regina della battaglia aveva ad un tratto ordinato il fuoco celere e senza dar tempo neppure a quel mezzo di agire, era partito all’attacco con il cappello sulla sciabola, seguìto dal suo battaglione. Quei valorosi non avevano toccato il fondo della dolina che già venivano falciati a mucchi: il resto dava indietro, sulla posizione di partenza.

Esasperato per la inutile e aperta disubbidienza, presi velocemente a salire sulla linea di fuoco e dimentico di ogni precauzione mi ingolfai in una zona battuta da mitragliatrici nemiche. Il cappellano mi avvisò del pericolo e mentre mi volgevo verso di lui per rassicurarlo, ebbi la sensazione di ricevere un forte pugno sul fianco destro. Subito le gambe mi si piegarono sotto.[3]

 

Volutamente non ci si soffermerà sulla gravità della ferita e sull’azione tanto ingenua quanto sconsiderata del Negrotto, né sull’agonia di quest’ultimo e sulle condizioni miserevoli in cui si trovò De Rossi, dato per spacciato. Sarà opportuno scorgere invece in questo frammento durissimo della Grande Guerra il passaggio storico fra il clima morale delle Guerre Risorgimentali e le istanze feroci e sconosciute poste dalla tecnologia, capaci di riformulare interamente le dinamiche del conflitto.

 

 



[1] Il riferimento è alla scoperta del Piano Conrad.

[2] E. De Rossi, La vita di un Ufficiale italiano sino alla guerra, Milano: Mondadori, 1927, pp. 278 – 279.

[3] Ivi, p. 283.

sabato 9 ottobre 2021

Austria-Ungheria Esercito Comune 1914 - 1918

 

Corpi volontari stranieri

Polnische Legion, costituita all'inizio del conflitto da 3 battaglioni di fanteria e assegnata alla 1. Armee sul fronte russo; composta nella primavera del 1915 di due brigate: la 1°, su 6 battaglioni di fanteria e 3 squadroni di cavalleria, con 4. ID. nel II Korps della 1. Armee e la 2°, su 6 battaglioni di fanteria e 2 squadroni di cavalleria, con la 5 HKD. nell'XI Korps della 7. Armee; inquadrata all'inizio del 1916 nel Kavalleriekorps Hauer della 4. Armee, in linea con la 1° e 3° brigata, composte di 12 battaglioni di fanteria e 8 squadroni di cavalleria, mentre la 2° brigata (6 battaglioni di fanteria) era riserva di corpo d'armata.

Albanische Legion, composta all'inizio del 1916 di nove battaglioni di volontari albanesi, era impiegata sui Balcani occidentali con l'"Albaner-Freischarengruppe" del Gruppe Gerhauser.

Freiwillige Ukrainer Schützenregiment, impiegato sul fronte russo e comnposto di due battaglioni, il I dei quali con la 129. IBrig. e il II con la 130. IBrig., entrambe della 55. ID., inquadrata dal settembre del 1914 nel Korps Hofmann della Deutsche Südarmee; all'inizio del 1916 erano riuniti nella 130. IBrig. della 55. ID., inserita nella stessa armata.

Freiwilligenbatallion Mitrovica, costituito all'inizio del 1917 con volontari albanesi del Kosovo serbo occupato dall'Esercito autroungarico, era impiegato sui Balcani alle dipendenze del K.U.K. Generalgouvernement Serbien.

Bukowinaer freiwillige Korps, composto di un battaglione di volontari rumeni (Rumänenbatallion) e uno di ucraini dei Carpazi (Huzulen bataillon).

Ruthenisches und rumänisches Freiwilligenbaon, composto di volontari ruteni e rumeni, nella primavera del 1915 si trovava sul fronte russo con la Brigade Papp, inquadrata nell'XI. Korps della 7. Armee.

Freiwillige Huzulen-Kompanie, composta di volontari ucraini del Carpazi, nella primavera del 1915 si trovava sul fronte russo con la Brigade Schnitzier, inquadrata nell'XI. Korps della 7. Armee.

 

 

mercoledì 29 settembre 2021

Rivista QUADERNI N. 2 DEL 2021 Aprile Giugno 2021

 


Nota redazionale

Come noto, questa rivista, espressione del sostegno ai master di primo livello attivati, per l’area forze armate, presso la Università degli Studi N. Cusano Telematica Roma, sui temi di storia militare e politica militare, è articolata, conseguentemente, su due versanti, il primo dedicato alla storia ed il secondo dedicato alla geografia, e, per estensione alla geografia politica economica e quindi alla geopolitica.

 

Questo numero, per la parte di storia, ospita contributi relativi alla data centenaria della traslazione del Milite Ignoto, sulla scia dei contributi pubblicati nei numeri precedenti. Da sottolineare la pubblicazione integrale del Calendario Azzurro del 2021 dedicato al Milite Ignoto, sintesi felice ed eccellente predisposta da Antonio Daniele. Seguono gli articoli di tre laureati al Master di Storia Militare, uno, di Augusto Angelini (epoca napoleonica) sulla ricostruzione della battaglia di Salamanca, l’altro di Sotorios E. Drokalos (seconda guerra mondiale) che ci dà la versione greca della nostra aggressione al suo paese nel 1940. Infine il terzo contributo di Romano Olevano dedicato ad un tema, il soldati del primo tricolore che la copertina del numero passato aveva preannunciato come tema di trattazione.

 

Per la parte geografica l’articolo Valentina Trogu che tratta del rapporto tra la sociologia e scienze strategiche, è rinviato al numero 4 del 2021 per ragioni di spazio, mentre in geopolitica delle prossime sfide si tratta dell’impatto del Governo Draghi nei rapporti internazionali dell’Italia. In Scenari una breve scheda della influenza che ancora oggi hanno i principi e dogmi dell’Impero romano e della sua eredità.

 

Nelle rubriche, quelle relative al CESVAM si riportano alcune peculiari attività del Centro, con la pubblicazione dei Bandi relativi alle due nuove iniziative, ovvero l’attivazione del Master dedicato al Terrorismo e all’Antiterrorismo Internazionale, e al Corso di Aggiornamento e Specializzazione sempre sullo stesso argomento riservato anche ai diplomati, mentre gli Indici della rivista QUADERNI ON LINE si riferiscono al I trimestre del 2021 Ulteriori notizie sulla attività del CESVA sono possibili trovarle sulla home page della piattaforma www.cesvam.org alla rubrica “Eventi” ed alla rubrica “Notizia CESVAM”, La rubrica di chiusura riporta la iconografia della Brigata “Caltanisetta”, della prima guerra mondiale, come tradizione di questa rivista.

Da ultimo, l’editoriale del Presidente Nazionale ed il Post editoriale del Direttore del Periodico anche per questo numero sono intonati al tema della celebrazione del Milite Ignoto, nel solco delle scelte sopra dette, e dei contenuti evidenziati nella pubblicazione consorella.

(massimo coltrinari)

Il prossimo numero 3 del 2021, 20° della Serie, sarà dedicato, come continuazione del n. 3 del 2019, 16° della Serie, al CESVAM Report. Settembre 2019- Agosto 2021 ove si illustreranno le attività e le realizzazioni dell’ultimo biennio.  (massimo Coltrinari)

 

In I di Copertina: Il Milite Ignoto Cerimonia del 4 Novembre 1921 all’Altare della Patria.

 

Il presente numero è stato chiuso in tipografia il 30 giugno 2021




 

domenica 19 settembre 2021

Maria Luisa Suprani Querzoli. Il 7 aprile 1916, la prima vittoria dell’Aviazione militare italiana

 



 

A quasi dodici mesi dall’entrata in guerra, l’Aviazione italiana ancora non poteva contare una prima affermazione sull’avversario nonostante il mito del Cavaliere dell’aria avesse attirato molti giovani entusiasti che vedevano nel velivolo un mezzo sportivo[1] declinato al servizio della Patria. Il confronto con la realtà era però riuscito a smorzare lo slancio anche dei più ardimentosi che disperavano di poter vedere coronata la propria valentia con l’abbattimento di un velivolo nemico.

 

Nessuna macchina, fra l’altro, era armata; lo erano invece i piloti i quali, caso mai si fossero scontrati in aria con il nemico, dovevano sparargli addosso con la pistola, con il moschetto oppure con un grosso revolver Mauser, custodito in un fodero di legno che sembrava un astuccio di violino. In un clima come quello era naturale che i nostri aviatori guardassero con una punta d’invidia a ciò che accadeva in Francia, dove esisteva un’armata aerea e le macchine erano moderne e veloci.[2]

 

Il desiderio tenace di riuscire sostenne i più audaci, fra i quali figurava un giovane  volontario, riformato per la salute malferma, che, a dispetto di ciò, per primo si laureò Asso: Luigi Olivari atterrò un velivolo nemico in data 2 aprile 1916 ma non poté fregiarsi della vittoria (e né lo poté fare il Paese) perché l’aereo cadde dietro le linee nemiche, rendendo di fatto impossibile il sopralluogo necessario al riconoscimento formale[3]. Un altro giovane, proveniente dalla Cavalleria, riuscì invece di lì a breve ad abbattere l’avversario entro i confini nazionali, riuscendo così a rompere l’incantesimo che sembrava imprigionare l’Aviazione italiana: il Tenente Francesco Baracca di Lugo di Romagna (in possesso del brevetto di volo militare conseguito in Francia), da tempo, annotava sul proprio taccuino tutti i progressi, le manchevolezze (proprie e altrui) e, con una costanza incrollabile, progredì nel perfezionare il suo gesto fino a strappare la vittoria, una vittoria che, date le criticità difficilmente sormontabili, sorprese lui per primo.

 

Carissimo Papà,

dovrei scriverti un volume sulla giornata di ieri, ma siccome non ho né tempo né voglia dirò che abbiamo abbattuto due velivoli nemici dopo tanti mesi di voli continui e senza alcuna soddisfazione.[4]

 

La vista del nemico abbattuto gli rivela il volto crudo della vittoria: «[l’]apparecchio era tutto intriso di sangue coagulato al posto dell’osservatore [che versava in condizioni disperate] e dava una triste impressione della guerra»[5]. L’uomo che giace di fronte a lui, al pari suo, è un difensore della Patria e in difesa di questa è caduto sotto i suoi colpi: [h]o parlato a lungo con il pilota austriaco, stringendogli la mano e facendogli coraggio perché era molto avvilito; veniva dal fronte russo dove aveva guadagnato la croce di guerra e medaglia al valore che portava sulla sua uniforme azzurra. Non aveva potuto salvarsi dalla mia caccia e mi esprimeva la sua ammirazione con le poche parole di italiano che sapeva»[6].

Il tributo richiesto dalla guerra gli appare in tutta la sua smisurata drammaticità. Il dovere militare richiede l’impegno più strenuo nel conseguire la vittoria mentre il dovere morale impone la solidarietà umana nei riguardi dell’avversario che il momento tragico ha trasformato in nemico.

Il valore militare ed umano, notevolissimo, di Francesco Baracca riuscì a palesarsi nel margine angusto che permise l’equilibrio fra tali istanze intimamente contraddittorie.

 

 



[1] Lo sport e i valori di cui era detentore ebbero un rilievo notevole nella cultura che permeò l’ambiente interventista, anche grazie al contributo del «La Stampa Sportiva».

[2] L. Romersa, Francesco Baracca. Cavaliere del Cielo, Roma: Istituto poligrafico dello Stato, 1968, pp. 2 – 3.

[3] Cfr. Luigi Olivari in www.guerra-allorizzonte.it.

[4] L’incipit della lettera originale citata compare in G. Manzoni, Onoranze all’eroe Francesco Baracca dal 1913 al 1945, Lugo: Walberti, 1986, p. 45. L’incipit riportato nella storica raccolta di V. Varale, invece, è assai meno informale («ieri è stato il trionfo della mia Squadriglia».

[5] Lettera di Francesco Baracca al padre, Campoformido, 8 aprile 1916 (V. Varale, La carriera, le battaglie, le vittorie del grande aviatore raccontate nelle Lettere alla Madre con presentazione del Ten. Col. P.R. Piccio, Milano: «Il Secolo Illustrato», 1919, pp. 53 – 56).

[6] Ibidem.

giovedì 9 settembre 2021

Austria Ungheria Esercito Comune 1914 -1918 Altre tipologie di grandi unità

 


Balkanstreitkräfte, Kommando der, comando delle forze armate dei Balcani costituito nell’agosto del 1914 con la 5. e 6. Armee, comandato dal FZM. Oskar Potiorek fino al 27 dicembre dello stesso anno, quando fu destituito a causa della pesante sconfitta subita dalle sue armate e sostituito nell’incarico dal GdK. arciduca Eugenio fino al maggio del 1915.

Südwestfront, Kommando der, comando del fronte sud-ovest, ossia del fronte italiano, costituito il 27 maggio 1915 con sede a Marburg, l’attuale Maribor, e comandato dal GO. arciduca Eugenio, dal quale dipendevano in origine il Landesverteidigungskommando in Tirol, l’Alpenkorps tedesco, l’Armeegruppe GdK. Rohr, la 5 Armee e la circoscrizione del porto militare di Pola. Sciolto l’11 gennaio 1918.

Erzherzog Joseph Ferdinand, Heeresgruppe, gruppo d’esercito arciduca Giuseppe Ferdinando, comandato dal Gdl. arciduca Giuseppe Ferdinando, costituito sul fronte russo nell’estate del 1915 con la 1 e 4 Armee e il Gruppe Smekal.

Böhm-Ermolli, Heeresgruppe, gruppo d’esercito Böhm-Ermolli, costituito nel settembre del 1915 sul fronte russo, comandato dal GO. Eduard von Böhm-Ermolli e composto nel primo semestre del 1916 dalla 1 e 2 Armee.

Linsingen, Heeresgruppe, gruppo d’esercito Linsingen, costituito il 18 settembre 1915 sul fronte russo, comandato dal Gdl. prussiano Alexander von Linsingen e composto nel primo semestre del 1916 dalla 4 Armee, dal Korps Fath, e dal Kavalleriekorps Hauer austro-ungarici e dal Gruppe Gronau tedesco. Nel luglio dello stesso anno era composto, invece, dalla 1 e 4 Armee austro-ungariche, dall’Armeegruppe Marwitz, dal Gruppe Falkenhayn e dal X. Armeekorps tedeschi.

Mackensen, Heeresgruppe, gruppo d’esercito Mackensen, comandato dal GaFM August von Mackensen, costituito il 18 settembre 1915 sul fronte dei Balcani con la 3 Armee austro-ungarica, la Deutsche 11 Armee mista e la 1a armata bulgara; ricostituito il 28 agosto del 1916 sul fronte rumeno, composto inizialmente dalla 3a armata bulgara e dal Lll. Korps tedesco, cui fu aggiunta poi la Deutsche 9 Armee, nella quale erano incorporate anche unità austro-ungariche.

Erzherzog Eugen, Heeresgruppe, gruppo d’esercito arciduca Eugenio, costituito a Bolzano nel marzo del 1916 per la “Strafexpedition” contro la 1a Armata italiana, comandato dal GO. arciduca Eugenio e composto dall’11 e 3 Armee e dal Landesverteidigungskommando in Tirol.

Erzherzog Karl, Heeresgruppe, gruppo d’esercito arciduca Carlo, comandato dal GdK. arciduca ereditario Karl, costituito nell’agosto del 1916 sul fronte russo-rumeno e sciolto il 20 ottobre dello stesso anno.

Conrad, Heeresgruppe, gruppo d’esercito Conrad, costituito sul fronte del Tirolo il 1a marzo 1917, comandato dal FM. Franz Conrad von Hötzendorf e composto nell’autunno del 1917 dal Gruppe Erzherzog Peter Ferdinand e dalla 10 e 11 Armee. Sciolto nel luglio del 1918.

Boroević, Heeresgruppe, gruppo d’esercito Boro, costituito il 23 agosto 1917 sul fronte dell’Isonzo, comandato dal GO. Svetozar Boroević von Boina e composto dalla 1 e 2 Isonzo-Armee. Dall’inizio del 1918 era composto invece dall’Armeegruppe Belluno, la 6 Armee e l’Isonzo-Armee.

Erzherzog Joseph, Heeresgruppe, gruppo d’esercito arciduca Giuseppe, comandato dal GO. arciduca Giuseppe e composto dalla 10 e 11 Armee, costituito nel luglio del 1918 sul fronte italiano, in sostituzione dell’Heeresgruppe Conrad.

Kövess, Heeresgruppe, gruppo d’esercito Kövess, costituito nell’ottobre del 1918 sul fronte dei Balcani, comandato dal FM Hermann Kövess von Kövessháza e composto dall’11a armata tedesca, dall’Armeegruppe Albanien e dal Kommandierenden Generals in BHD.

Prinz Leopold von Bayern, fronte d’esercito principe Leopoldo di Baviera, costituito nell’agosto del 1916 sul fronte russo, composto nell’autunno dello stesso anno dall’Heeresgruppe Böhm-Armolli e Heeresgruppe Linsingen.

Erzherzog Karl, Heeresfront, fronte d’esercito arciduca Carlo, costituito il 20 ottobre del 1916 sul fronte russo-rumeno, comandato dal GdK. arciduca ereditario Karl e composto dalla 9 Armee tedesca, 1 e 7 Armee e Kavalleriekorps Brudermann austro-ungarici. Sciolto il 2 dicembre 1916.

Erzherzog Joseph, Heeresfront, fronte d’esercito arciduca Giuseppe, costituito il 2 dicembre 1916 sul fronte russo-rumeno, comandato dal GO. arciduca Giuseppe e composto dalla 1 e 7 Armee. Sciolto il 15 gennaio 1918.

Erzherzog Eugen, Heeresfront, fronte d’esercito arciduca Eugenio, costituito nell’autunno del 1917 sul fronte italiano con la Deutsche 14 Armee e l’Heeresgruppe Boroević, e comandato dal FM. arciduca Eugenio.

Kövess, Heeresfront, fronte d’esercito Kövess, comandato dal FM. Hermann Kövess von Kövessháza, costituito il 16 gennaio 1918 sul fronte russo e sciolto il 5 aprile dello stesso anno.

lunedì 30 agosto 2021

Quesiti sulla morte del Maggiore Francesco Baracca

 

Maria Luisa Suprani Querzoli


 

 

Il mistero continua tuttora ad avvolgere le dinamiche che determinarono la scomparsa del Maggiore il 19 giugno 1918 durante l’infuriare della battaglia sul Montello. Sarà interessante soffermarsi ed analizzare alcuni punti per diradare, nella misura in cui ciò è possibile, le incertezze alla base dei quesiti rimasti irrisolti.

 

a.      Il presupposto. «[T]utti gli autori danno per scontato che il corpo di Baracca sia stato sbalzato fuori dalla carcassa dello SPAD a causa della violenza dell’urto. Questo però potrebbe non essere affatto vero. Nel caso del sergente Nava infatti, è noto che le cose non sono andate in quel modo. Il suo cadavere si presentava discosto dai resti del proprio aereo perché gli Arditi del XXVII Reparto d’Assalto lo avevano spostato»[1]. Si può ipotizzare, non in assenza di argomentazioni, che siano stati gli Austroungarici a liberare il corpo del Maggiore Baracca dalle cinture: ciò potrebbe trovare conferma nella dichiarazione dell’identità del nemico abbattuto sul Bollettino di Guerra austroungarico del 20 giugno 1918, diffuso immediatamente dalla stampa locale[2].

b.      La versione italiana (morte per fuoco nemico da terra), giustificatissima sul piano bellico e politico data la criticità del momento, dal punto di vista storico mostra fragilità evidenti: le testimonianze dell’Osservatore austroungarico a cui è stata attribuito l’abbattimento del velivolo del Maggiore (integrate con le testimonianze raccolte da Olindo Bitetti e non più riprese dagli anni Venti) presentano infatti elementi degni di interesse.

c.       L’ipotesi del suicidio. Ferruccio Ranza fu il primo che, comprensibilmente vinto dall’emozione di fronte al ritrovamento del corpo del Comandante, palesò le intenzioni manifestate a suo tempo da quest’ultimo in caso di abbattimento. Ne diede notizia Garinei sul «Secolo» del 26 – 27 giugno 1918 riportando le parole dello stesso Ranza. Dal  «Secolo», l’ipotesi rimbalzò su un importante giornale straniero[3] e anche su alcuni quotidiani italiani di provincia prima ancora che i funerali avessero avuto luogo, tanto da suscitare il dolore e lo sdegno di un lontano parente del Maggiore che si attivò per confutare l’ipotesi ingloriosa[4].

Molto probabilmente, le parole a caldo pronunciate dal componente della Squadriglia e le dimensioni della ferita permisero il delinearsi dell’ipotesi del suicidio. In occasione del Cinquantesimo, il Generale Ranza rilasciò un’intervista – che è stata rimossa recentemente dalla rete – in cui indica il punto esatto della ferita presente sul capo del Maggiore[5].

d.      La ferita. È opportuno soffermarsi sulle dimensioni della ferita più che sull’ipotesi del suicidio. Può essere effettivamente stato l’Osservatore austroungarico a sparare.

Il 25 giugno 1918 il «Corriere Mercantile» scrive: «Gli aviatori Osnaghi [sic] e Ranza della sua squadriglia, con il quale si trovava il collega Raffaele Garinei, hanno trovato i resti di un apparecchio italiano bruciacchiato tra la terza e la seconda strada del Montello. Fra i rottami era il corpo del glorioso cacciatore del cielo, che aveva abbattuto 34 aeroplani nemici. Dall’esame medico è risultato che ha alla tempia una piccola ferita di pistola, che si giudica la prima causa della morte. Così Baracca avrebbe tenuto fede alla sua parola tante volte espressa, di uccidersi cioè piuttosto che cadere nelle mani del nemico».

e.      L’arma. Chi propende verso la tesi del suicidio sostiene che la pistola sia un calibro 6.35[6]. Rimane il dubbio sulla compatibilità dell’arma ipotizzata con quella trovata accanto al corpo del Maggiore. Su questa pistola estranea è possibile formulare un’ipotesi circa una non improbabile sottrazione (seguita da sostituzione) della pistola piccola (Mauser 6.35) che era appannaggio degli Ufficiali (e che quindi poteva essere in possesso di Baracca) da parte di uno dei soldati austroungarici che liberò il corpo dalle cinture[7]. Risulta chiaro che dalla pistola trovata accanto al corpo il colpo non partì. Agli inizi, comunque, si insistette su ferita procurata da proiettile di piccolo calibro.

f.        La relazione medica. È opportuno soffermarsi sulla relazione ufficiale del Medico, contestualizzandola. È importante premettere che il dottor La Corte, medico che compì una semplice ricognizione del corpo e non l’esame autoptico di prassi, intratteneva rapporti cordiali con il Maggiore Baracca[8]. Non è improbabile che, per indicazioni ricevute e per solidarietà personale, il dottor La Corte abbia optato per una rapida ricognizione, senza soffermarsi specificatamente sugli elementi capaci di avvalorare, seppur indirettamente, l’ipotesi del suicidio. Risulta a tal proposito del massimo interesse l’esame ufficioso di un altro medico, precedente la ricognizione ufficiale, che forse ha contribuito alla ricognizione non così esaustiva:  «Il dottor Malaspina [medico legale, avvertito dal fratello, Ufficiale degli Arditi] raggiunse allora quello che definisce l’obitorio di Fossalunga, dove la macchina di Garinei, Osnago e Ranza avrebbe effettuato una sosta prima di arrivare a Quinto. Qui i presenti, esaminando il corpo dell’eroe caduto, si rendono conto che Baracca si è effettivamente suicidato [il colpo è partito sì da vicino ma non dalla pistola del Maggiore]. Nel caricatore della sua pistola [potrebbe non essere la sua] mancherebbe un colpo e sul caschetto di cuoio sarebbe visibile il segno di uno sparo esploso a bruciapelo all’altezza della tempia destra [il caschetto, invece, sembra essere proprio il suo. Solo il caschetto, di cui sono andate disperse le tracce, costituisce l’elemento probante]. È interessante notare però che, qualche ora più tardi, a Quinto viene insediata una commissione che provvede ufficialmente a riconoscere i resti di Baracca. I suoi membri certificano che egli è morto a causa delle ustioni e di un colpo di arma da fuoco di piccolo calibro [del calibro non si fa cenno nel verbale ma la natura della ferita è tale da escludere l’impiego di calibri di entità maggiore] subito nell’orbita dell’occhio destro. Una palla in fronte, sparata da un anonimo fantaccino, scriveranno poi i suoi biografi …»[9].

 

 

 

 

 

 

 

 



[1] S. Gambarotto, R. Callegari, G. Piccolo, Francesco Baracca. Indagine sulla morte di un eroe italiano, Treviso: Editrice Storica (pubblicazione a cura dell’Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano – Comitato di Trevi­so), 2012.

[2] Il quotidiano è stato donato alla Famiglia Baracca da Maria Battistella. La risposta di Paolina Baracca, madre dell’Eroe, a Battistella, in fotocopia, datata 15 giugno 1923 è conservata in Archivio Ufficio Storico Aeronautica Militare, fondo MOVM, busta 4, fascicolo Baracca.

[3] Prove Baracca was slain – Italians Dispose of Theory of Suicide of Famous Aviators, «New York Times», 2 luglio 1918.

[4] «Gazzetta del Popolo» - cfr. E. Iezzi, Francesco Baracca. Luci e ombre di un grande Italiano, Lugo: Walberti, 2008, p. 190 - «Il Resto del Carlino», 28 giugno 1918 – cfr. ivi, nota 8, p. 192; «Corriere Mercantile», 25 giugno 1918 in S.Gambarotto, R. Callegari, G. Piccolo, Francesco Baracca. Indagine sulla morte di un eroe italiano, cit., p. 201.

[5] Nell’impossibilità di rivedere la preziosa testimonianza, scomparsa di recente dalla rete, se ne riporta una sintesi: «In quel punto [indicato da Ranza] era presente un “foro” che poteva essere quello d’entrata di un proiettile di piccolo calibro rimasto poi all’interno del cranio» (ivi, p. 76).

[6] Cfr. ivi, p. 199.

[7] Cfr. M.L. Suprani Querzoli, La Grande Guerra di Francesco Baracca, Forlì: CartaCanta, 2020, pp. 258 – 260.

[8] Cfr. biglietto augurale del dott. La Corte a Francesco Baracca in Biblioteca ‘Trisi’ Lugo, fondo Baracca, Corrispondenza: faldone I, fascicolo I, documento 18.

[9] S.Gambarotto, R. Callegari, G. Piccolo, Francesco Baracca. Indagine sulla morte di un eroe italiano, cit., p. 199.

Gabriele d'Annunzio. Una nota

 

Maria Luisa Suprani Querzoli

Luci e ombre del Poeta Soldato

 

Durante la Prima Guerra Mondiale le figure degli intellettuali rivestirono un ruolo essenziale nella comunicazione. Il più noto di essi coniò addirittura parte del lessico che rimane tuttora presente nel linguaggio: il termine ‘velivolo’ o la denominazione ‘Battaglia del Solstizio’, ad esempio, si debbono al Vate. Egli non si fece scudo della propria penna ma partecipò in prima persona alla guerra, impegnandosi in imprese anche rischiose (il Volo su Vienna) senza paura di perdervi la vita.

Si può parlare nel suo caso di ‘coraggio’ o forse sarebbe più opportuno riferirsi al concetto di  ‘temerarietà’ in obbedienza ad un gusto estetico capace di richiedere totale identificazione fra ideali professati ed esistenza?

D’Annunzio era immerso profondamente nel clima bellico in cui, forte della sua cultura notevolissima dei classici, poteva sperimentare dal vivo le dinamiche proprie della ferinità che si sprigionano dal conflitto. Ne era consapevole e non ne faceva mistero:

 

Ricordo una disputa alla mensa di Comando a Vi­cenza – Villa Camerini – (Cadorna non vi parteci­pava) quando un ufficiale, pensoso di problemi osò parlare di guerra e di pace a proposito del ro­manzo di Tolstoi. Il D’An­nunzio reagì con violenza – fors’anche per un istintivo timore di confronti coll’ombra del grande «barbaro». Reagì pallido e iroso. Non so se nel suo sdegno, come spesso av­veniva in lui, non si confondesse a una reale ma­nifestazione di sentimenti autentici, una certa vo­luta drammaticità dell’attore – e quale attore! – ben co­sciente della scena su cui recitava. Ma ciò che di lui in quel momento mi parve schietto è la confessione di ciò che gli appariva essenziale nel­le supreme finalità del nostro intervento. Non ba­stavano Trento e Trieste per giustificarlo. Non era ragione sufficiente l’antico con­flitto contro l’Au­stria reazionaria. L’Italia aveva bi­sogno di una prova esaltatrice e rinnovatrice – di un «bagno di sangue».

«L’Italia ha bisogno di un lavacro per purificarsi dalle sozzure, dalle pusillanimità, dalla vigliac­cheria di seco­li» - insisteva - «è necessaria una ecatombe colossale per rinvigorirla, per farne una ‘unità d’acciaio’. Guai ai pacifici! È necessario che gli italiani siano condotti dal­l’esasperazione a nu­trirsi delle cervella del proprio ne­mico» (sic).[1]

 

L’esperienza bellica incide profondamente nella sfera morale di un Paese. La coesione che il giovane Regno d’Italia guadagnò con la Grande Guerra gettò le basi sostanziali di un concetto di ‘Nazione’ presente nelle menti ancora di pochi. Ciò non toglie che la pars destruens richieda la pietas necessaria di fronte al sacrificio della vita della gioventù combattente, anche avversaria. Charle Montague afferma che la furia (e non il valore) è propria di chi non combatte: tale osservazione parrebbe pertinente alla figura del Poeta Soldato, impegnato più in senso estetico che propriamente militare. La conferma a ciò traspare dalle parole dello stesso D’Annunzio:

 

Dovetti confessare al Poeta a che punto i suoi amici soffris­sero nel vederlo ad ogni istante rischiare la propria vita: che non volasse più, per piacere! Che si riposasse fi­nalmente, aveva dato al suo paese tutto quello che i mi­gliori cittadini potevano dare alla patria, la sua anima e il suo spirito, la sua volontà, la sua energia, il suo sangue, la sua vita quasi … «Ma non la propria vita!» esclamò allo­ra. «Come potete voi, che dite di essere mio amico, non de­siderare una morte in combattimento, in cielo? A quale vecchiaia mi volete destinare? A quella di un uomo di let­tere in mezziguanti che scriverà opere, seduto come un travet [figura di ‘colletto bianco’ schiavo del dovere] alla sua scrivania? Oh, no! Ho assaggiato troppo la vita teme­raria, la vita sublime dello spazio e del vento, ho troppo goduto del pericolo, ho a oggi troppo bisogno di tentare, di osare! Amo con passione il volo. Vorreste da me che con­ducessi la vita di un comandante gottoso che firma carte? Mai mi sento più felice che lassù, lontano da tutte le po­vertà e i languori umani … E poi, se lo si può confes­sare, adoro la guerra. […] Non fosse per il sangue altrui che gronda, sarei tentato di aver paura della fine stessa della guer­ra».[2]

 

Il terribile amore per la guerra[3] che pervadeva il Poeta si arresta, umanamente, di fronte al sangue versato.

Le forze potentissime che si sprigionano dalle dinamiche del conflitto costituiscono invece per il Militare non un elemento di fascino a cui soggiacere bensì un fattore psicologico essenziale da gestire efficacemente: solo la consapevolezza del Dovere permette il distacco necessario al raggiungimento di un’affermazione indirizzata al disegno di nuovi sofferti equilibri.

L’estetica del pensiero strategico risponde a criteri altri da quelli dell’edonismo.

Gabriele D’Annunzio rimane un grande Poeta ma non fu un Soldato.



[1] T. Gallarati Scotti, Idee e orientamenti politici e religiosi al Co­mando Supremo: appunti e ricordi, Roma: Edizioni Cinque Lune, 1963, p.7 (in M.L. Suprani Querzoli, La Grande Guerra di Francesco Baracca, Forlì: CartaCanta, 2020, pp. 159 – 160).

[2][2] M. Boulenger, Chez D’Annunzio - a cura di A. Pietrogiaco­mi, prefazione di G. B. Guerri - Rimini: Odoya, 2018, pp. 40 – 41.

[3] Il riferimento è all’omonima opera di James Hillman.