LA VIA SACRA
Verdun
1916
Ten.
cpl. Art. Pe. Sergio Benedetto Sabetta
La
battaglia di Verdun è stata la più distruttiva battaglia che si
ricordi, una guerra di materiali (material – schlacht) che assorbì
una enorme quantità di vite umane, una “guerra totale” che
costituì una cesura tra la precedente era ottocentesca e l’età
moderna, dove l’uomo trasformato in un numero è schiacciato dalla
produzione industriale in serie.
La
battaglia iniziata il 21 febbraio finì solo nel dicembre dello
stesso 1916 con un primato mai più raggiunto di 700.000 vittime se
non, da recenti calcoli francesi, 1.246.025 tra caduti, dispersi e
feriti su un territorio ristretto di appena 9 Km quadrati, il
generale Rouquerol parla addirittura di un totale di 2.000.000 uomini
se si fa riferimento al periodo che precedette la battaglia e seguì
nei primi mesi del 1917 la fine, considerando anche i prigionieri,
un “sonno della ragione” che può sempre ripetersi.
Nella
guerra tecnologica totale le vittime scompaiono nella massa
impiegata, nell’indifferenza determinata dalla lontananza dei
Comandi Generali e dalla distanza nell’uso delle armi, venivano
meno gli ultimi aspetti aristocratici delle guerre settecentesche, in
cui erano coinvolti principalmente dei professionisti, che in parte
si erano protratte anche nell’ Ottocento, nonostante le riforme
della Rivoluzione francese e delle guerre napoleoniche con
l’introduzione della coscrizione obbligatoria e del nazionalismo.
L’uso
dei gas e dei lanciafiamme, la distruzione industriale in serie di
vite umane furono la premessa per la ferocia dei campi di sterminio
nazisti della Seconda Guerra Mondiale, dei Gulag Sovietici e dei
campi giapponesi, tutto fu sperimentato nelle trincee della Grande
Guerra, dove gli uomini letteralmente sparivano sotto la pioggia di
granate, soffocavano inebetiti, ansimando, nei gas, l’odore della
carne umana bruciata ammorbava l’aria e molti soldati impazzivano
nel fango o per sete, bevendo l’acqua marcia delle pozze nelle
trincee.
La
guerra da movimento diventò di posizione, di attrito, fino a
trasformarsi in un lungo scontro di logoramento, un accordo
diplomatico non poteva essere accettato in quanto la retorica dei
decenni precedenti, incardinata nella crescente potenza tecnologica,
creava l’illusione di una potenza infinita che raccoglieva in sé
l’intero globo, la politica quale capacità di un compromesso
accettabile fra le parti perdeva ogni possibilità d’azione, solo
l’espansione economica illimitata ne diveniva l’unico punto di
riferimento.
A Verdun non si cadeva in
battaglia, si veniva più semplicemente sbriciolati, polverizzati,
carbonizzati dall’artiglieria e dai lanciafiamme, se si pensa che i
soli francesi nei sette mesi di battaglia tra febbraio e ottobre
usarono 23.000.000 di granate, per arrivare negli ultimi due mesi a
spararne 240.000 al giorno.
Le
testimonianze della battaglia indicano chiaramente il livello di
violenza raggiunto:
“
Sono appena tornato
dall’esperienza più terribile di tutta la mia vita. Ho passato
quattro giorni e quattro notti – 96 ore in totale – nel fango
semi-ghiacciato delle trincee e costantemente sotto il fuoco nemico,
senza alcun tipo di protezione o di riparo. Giunsi in trincea con 175
uomini … solo 34 hanno fatto ritorno, ma la maggior parte
completamente impazziti …”
( Ufficiale francese – 1916).
“
Un capitano condusse una
sparuta pattuglia di soldati verso di noi. Giunti a pochi passi ci
chiese di che unità eravamo e, senza attendere risposta, scoppiò a
piangere. Era probabilmente impazzito durante i bombardamenti.
Guardammo sfilare i suoi uomini, ridotti a mummie rinsecchite, con
gli occhi incollati ai loro, così grandi e così persi nel vuoto …”
( Ufficiale tedesco
-1916).
“
Era impossibile liberarsi
del tanfo dei cadaveri. Ovunque andassimo lontano dal fronte, persino
nelle locande, dopo qualche minuto gli avventori si alzavano,
allontanandosi da tutti noi : il lezzo di morte di Verdun era
impossibile da sopportare! ” (
Soldato francese - 1916 ).
(
21 – 26, A. Gualtieri, Verdun
1916. Il fuoco, il sangue, il dovere,
Mattioli 1885)
Nella
volontà di superare la stasi sul fronte occidentale, determinata dal
fallimento della guerra di manovra prevista dal “Piano Schlieffen”
con l’invasione del Belgio nel 1914, von Falkenhayn pianificò una
battaglia di attrito fondata sui materiali, attaccando un punto
sensibile del fronte in cui i francesi non avrebbero potuto ripiegare
sia per motivi strategici che psicologici quale era Verdun.
L’idea
base era di logorare in uomini e mezzi l’esercito francese fino a
fargli perdere la resistenza e la coesione psicologica, sfruttando la
superiorità tecnica in mezzi e in particolare nell’artiglieria
pesante, ma anche l’esercito tedesco venne a logorarsi, come ammise
lo stesso Kronprinz: “il
mulino sulla Mosa ha macinato fino a ridurre in polvere i cuori e i
corpi delle truppe”.
Nonostante
l’insuccesso del “Piano XVII” in Alsazia – Lorena del 1914,
la battaglia della Mosa e i successivi sanguinosi e fallimentari
attacchi frontali nel corso del 1915, i francesi, guidati da Joffre,
mantennero una cieca fiducia sull’attacco frontale alla baionetta,
secondo la teoria dello “slancio vitale” ( Elan Vitale) elaborata
nel primo decennio del ‘900 e codificata nel Regolamento
dell’ottobre 1913, tutti coloro che si opponevano a tale teoria,
quali i generali Petain e Michel, furono emarginati.
Von
Falkenhayn riteneva che i nemici da battere per risolvere la guerra
erano i francesi, gli inglesi erano semplicemente di supporto, per
ottenere la vittoria era necessario “dissanguarli”,
all’obbiezione che questo poteva comportare forti perdite anche ai
tedeschi rispondeva che essendo all’attacco poteva sempre
interrompere l’azione al momento opportuno, sottovalutando la
difficoltà dello sganciamento una volta iniziata l’azione, sia
relativamente al fronte che di fronte alle attese imperiali.
Attorno
a Verdun non erano state ancora scavate le trincee che si potevano
vedere nelle altre parti del fronte, la difesa era affidata ai forti
costruiti alla fine ‘800, ma questi erano stati a loro volta
privati delle artiglierie poche settimane prima al fine di rafforzare
altre parti del fronte.
L’offensiva
iniziata il 21 febbraio preceduta da un intenso fuoco d’artiglieria,
mai prima visto per la sua violenza, preparò il terreno all’attacco
nel tardo pomeriggio della fanteria, la resistenza francese riuscì a
respingere l’attacco ma portò a perdite enormi tra i difensori, il
giorno successivo fu ripetuto l’attacco e la prima linea crollò,
anche sulla seconda vennero aperti dei varchi, il terzo giorno la 37^
divisione coloniale francese fu completamente annientata, il morale
dei difensori era al minimo.
Si
deve considerare che furono schierate dai tedeschi un’ artiglieria
da assedio costituita da 1.200 bocche da fuoco, con una riserva di
circa 2.500.000 di granate, grazie al lavoro di 1.300 convogli
ferroviari, con l’evacuazione dell’intera popolazione dei
villaggi nelle vicinanze, questo anche per fare posto a circa 150.000
“Sturmtruppen d’assalto”, furono inoltre realizzati appositi
ricoveri perfettamente mimetizzati, detti “Stollen”, in grado di
resistere ai tiri di interdizione dell’artiglieria francese prima
che scattasse l’assalto da parte delle truppe tedesche, 34
battaglioni francesi contro 72 battaglioni tedeschi.
Il
generale Langle de Cary decise di abbandonare la riva destra della
Mosa ma il generale De Castelnau, vice-comandante di Joffre, si
precipitò a Verdun e revocato l’ordine ordinò di difendere la
riva destra, non solo un motivo psicologico impediva di abbandonare
la città ma anche il timore di non riuscire ad effettuare una
ritirata ordinata, che non si trasformasse in rotta.
Fort
Douaumont il 25 febbraio e Fort Vaux il 27 giugno furono espugnati
dai tedeschi , il 23 giugno anche il piccolo Fort Thiaumont venne
catturato dai tedeschi e parzialmente ripreso dai francesi il
successivo 25 giugno, in un alternarsi continuo nelle settimane
successive, tra ottobre e novembre i due forti principali vennero
rioccupati dai francesi nella loro controffensiva che terminò il 19
dicembre.
Pétain,
nel momento in cui necessitava la capacità organizzativa per una
valida difesa e non il tanto decantato Elan
Vitale, sostituì a
mezzanotte del 25 febbraio il demotivato Langle de Cary, al Gran
Quartiere Generale era giunta nel frattempo la notizia della cattura
di 25.000 prigionieri francesi e la perdita di 800 cannoni, Joffre
chiese a Pétain di assumere immediatamente il comando.
Nell’assumere
il comando ordinò immediatamente una serie di contrattacchi per
rallentare l’avanzata tedesca, ma al contempo si rese conto che
essendo una battaglia di mezzi occorreva riorganizzare la logistica,
facendo affluire un flusso continuo di uomini e risorse.
Creò
quindi la “Via Sacra” ( Voie Sacrée) al fine di collegare Verdun
con il centro logistico e comando a Bar-Le-Duc posto a sud, non
essendo la linea ferroviaria in grado di garantire più di 800
tonnellate di rifornimenti al giorno, il capitano Doumenc provvide ad
allargare la strada esistente suddividendola in sei “cantoni” con
a capo un responsabile per cantone al fine di mantenerla efficiente.
Si
calcola che nei dieci mesi dello scontro sulla Via Sacra passò un
camion ogni 14 secondi, con un utilizzo di 8.000 veicoli che
assicurarono al fronte 500.000 tonnellate di materiali e 400.000
uomini, riportando nelle retrovie 200.000 feriti.
Von
Falkenhayn il 30 marzo cercò di porre fine ai combattimenti non
ritenendo più possibile raggiungere gli obbiettivi previsti ,
tuttavia ormai le grandi aspettative avevano preso il sopravvento nei
Comando Imperiale, tanto che il Kronprinz insistette nel continuare
l’offensiva.
Pétain
previde anche un avvicendamento breve di pochi giorni per i fanti
francesi (Poilus), cosa che coinvolse circa il 70% dell’esercito
francese, riconoscendo il logoramento a cui erano sottoposti dalla
ferocia della lotta in campo aperto senza adeguati rifugi.
Il
1° luglio, ristabilito il fronte, Pétain fu sostituito da Nivelle
con l’intento di riprendere l’offensiva secondo la concezione
dello “slancio vitale”, nel frattempo i tedeschi avevano subito
notevoli perdite sia a Vardun che nella battaglia di alleggerimento
ingaggiata dagli inglesi sulla Somme, i rincalzi non avevano
l’esperienza delle truppe precedenti così che i francesi
organizzarono una serie di offensive al comando di Mangin,
soprannominato per la sua durezza “il macellaio”, che portarono
ad ottobre alla ripresa del Fort Douaumont con 6.700 prigionieri
tedeschi.
Dopo
avere ripreso Fort Vaux a novembre, il 15 dicembre Nivelle organizzò
un ultimo assalto con 8 divisioni, che fece arretrare il fronte
tedesco di 5 Km con 9.000 prigionieri, nell’anno successivo nei
primi mesi Nivelle riprese l’offensiva sul Chemin-des-Dames con
esiti disastrosi, venne palesemente a galla l’usura dell’esercito
francese, circostanze e violenze che possono ripetersi anche nel XXI
Secolo.
A
ricordo del nonno materno Raimondo Mattiuzzo, artigliere in Libia e
nella Grande Guerra.
Bibliografia
Alessandro Gualtieri, Verdun
1916. Il fuoco, il sangue, il dovere, Mattioli 1885.