Blog dedicato alla prima Guerra Mondiale ed alle sue conseguenza in Italia e in Europa. E' espressione del CESVAM - Istituto del Nastro Azzurro come spazio per i temi riguardanti la grande guerra e le sue conseguenze (info:centrostudicesvam@istitutonastroazzurro.org
martedì 10 settembre 2019
giovedì 5 settembre 2019
venerdì 30 agosto 2019
domenica 25 agosto 2019
martedì 20 agosto 2019
giovedì 15 agosto 2019
sabato 10 agosto 2019
domenica 4 agosto 2019
martedì 30 luglio 2019
giovedì 25 luglio 2019
martedì 16 luglio 2019
lunedì 15 luglio 2019
venerdì 28 giugno 2019
La Regia Marina e lo Spionaggio cattolico nella Grande Guerra
Nave da Battaglia "Benedetto Brin"
Sulla
base della cinquantennale esperienza della Triplice, gli Austriaci da sempre,
ma in particolar modo dal decennio precedente lo scoppio della Grande Guerra
svilupparono in Italia una rete di spionaggio e sabotaggio degna di nota e
sempre più fitta con ramificazioni di spie, agenti, informatori e simpatizzanti
in ogni strato della società italiana degno di interesse. Rete che aveva i suoi
appoggi sia nel campo socialista ma soprattutto cattolico, entrambi volti ad
assecondare gli austriaci, anche se per ragioni diverse. Rete che arrivava ad
avere agenti anche nel parlamento italiano, nel vasto strato di simpatizzanti
triplicisti, nel mondo giolittiano e dei neutralisti in genere eg infine solidi
appoggi nel mondo cattolico, con l’eclatante esempio di Mons. Rudolph Gerlach,
cameriere segreto partecipante di Benedetto XIV, suo protetto ed uomo di
fiducia, che molte prove portano a ritenerlo uno dei capifila di questa rete.
Un aspetto questo della Grande Guerra a cui si è prestato poca attenzione, ma
che incise molto sugli eventi della guerra, come i colpi inferti alla Regia
Marina stanno a dimostrare.
Infatti
la Regia Marina ebbe a perdere nel settembre 1915 la nave da battaglia
“Benedetto Brin”. Ancorata nel porto di Brindisi e nel marzo del 1916 un'altra
nave da battaglia, la “Leonardo da Vinci” sempre in porto, questa volta a
Taranto. Altre navi come la Giulio Cesare e la Duilio sarebbero state colpite,
se l’azione del nostro controspionaggio navale non fu tale da annientare gli
agenti ed i sabotatori, che risultarono essere tutti italiani. Per questi due
anni, l’azione dei sabotatori austriaci fu per Vienna uno dei maggiori successi
nel 1915 e nel 1916.
(centrostudicesvam@istitutonastroazzurro.org)
giovedì 13 giugno 2019
Dati Statistici 1.
Al
momento della dichiarazione di guerra del 23 maggio 1915 la composizione delle
due flotte era la seguente:
Italia
.Navi
da Battaglia 23 per 207.000 t.
.Incrociatori
ed Esploratori, 9 per 24.000 t.
.Torpediniere
e Cacciatorpediniere 93 per 22.000 t.
.Sommergibili
21 per 6.000 t.
Aerei
n. 20
Austria-Ungheria
.Navi
da Battaglia 20 per 193.000 t.
.Incrociatori
ed Esploratori, 7 per 24.000 t.
.Torpediniere
e Cacciatorpediniere 82 per 18.000 t.
.Sommergibili
7 per 2,200 t.
Aerei
n. 60
lunedì 10 giugno 2019
sabato 1 giugno 2019
Considerazioni sulle operazioni del 1918
Sul
finire del 1917, come già visto, tutti i belligeranti avevano il fiato corto;
alcuni erano prostrati, altri temevano il futuro vedendo la loro preoccupante
situazione, altri barcollavano. La vittoria non era certa per nessuno. Per
l’Intesa, l’anno 1917, fu decisamente amaro, ma non tanto tale in quanto gli
Imperi Centrali avevano ottenuto sì dei grandi successi, ma non tali da
consentire i risultati che Berlino e Vienna avevano sperato. Non vi era più il
fronte orientale, la Russia eliminata in preda al caos interno; i Balcani sotto
controllo; le forze impiegate in questo fronti in gran parte furono riversate
sul fronte occidentale e sul fronte italiano ed avevano contribuito a vittorie
eclatanti ma non decisive. La pausa invernale aveva dato all’Intesa quei
due-tre mesi per riordinare non solo le forze, ma anche le idee. Si era creato
finalmente, dopo quattro anni di guerra, un fronte unico tra il mare del Nord e
l’Adriatico, in cui si potevano coordinare gli sforzi ed avere un indirizzo
strategico più definito. Proprio la creazione di questo fronte unitario sarà
uno dei presupposti della vittoria finale. E’ ovvio dire che, ottenuta la
vittoria in un tratto di fronte, questa ebbe effetti su tutto il restante
fronte, cioè a dire che, ottenuta la vittoria sul fronte italiano, debellata l’Austria,
anche la Germania fu costretta a chiedere l’armistizio. Se il fronte non fosse
stato unico, si sarebbe riprodotta la stessa situazione del fonte orientale, in
cui la vittoria conseguita fu fine a se stessa e localizzata non incidente sull’esito
finale della guerra.
Il
1918 nei piani e nelle menti dei decisori dell’Intesa doveva servire per
rafforzarsi, assumendo un atteggiamento difensivo, in attesa che l’intervento
statunitense divenisse più costante e
più incisivo; in pratica questo 1918 doveva essere un anno di transizione, all’insegna
del rafforzamento e della compattezza, per poter poi sferrare nel 1919 l’offensiva
finale che avrebbe ributtato i tedeschi oltre il Reno e liberare il territori
francese dalla occupazione straniera e puntare decisamente alla vittoria finale
nella convinzione che il tempo, con la politica del blocco e della azione
decisa contro la guerra sottomarina, era contro gli Imperi Centrali.
Nonostante
tutto questo la decisione arrivo nel novembre del 1918, sorprendendo molti,
soprattutto a Londra e a Parigi. I fattori che contribuirono a questa soluzione
il non successo della guerra sottomarina, ovvero l’afflusso delle truppe e dei
mezzi dal nuovo mondo fu praticamente costante, l’unicità della azione dell’Intesa,
che finalmente attuava la persistenza sull’obbiettivo in modo costante, ed il
successo tattico del nuovo mezzo, il carro armato, nella 3a battaglia di
Cambrai svoltasi dal 20 novembre al 3 dicembre 1917. Ma nella sostanza questi
avvenimenti sarebbero rimasti nell’ambito delle aspettative di tutti e il 1918
sarebbe passato alla Storia come un anno di transizione. Chi ruppe gli equilibri
di questo stallo e trasformò il 1918 in un anno decisivo e non in un semplice
anno di transizione fu la serie di avvenimenti che si ebbero sul fronte
italiano, fronte che non era più italiano ma occidentale.
Il
Regio Esercito, su questo fronte occidentale, nel settore italiano, combatté
tre battaglie vittoriose, come si è visto, due difensive ed una offensiva; che
siano vittoriose non può essere messo in discussione, in quanto il nemico, non
riuscì ad ottenere il proprio intenso. La battaglia d’arresto
(novembre-dicembre 1917) la battaglia del Solstizio (giugno-luglio 1918) e
quella di Vittorio veneto (ottobre-novembre 1918). Ebbero caratteristiche
identiche e peculiari, conseguendo risultati che si possono definire quasi unici
in una guerra di trincea, ovvero ebbero risultati strategici, oltre che
tattici. La battaglia di arresto, conseguì il risultato strategico di fermare
gli austro-ungarici che erano ormai convinti non solo di arrivare a Venezia e
Milano ma di abbattere definitivamente l’Italia; ma soprattutto riportò la
lotta tra italiani ed austriaci in una guerra di trincea, e non in una guerra
di movimento, come era nel momento della ritirata dall’Isonzo al Piave,
togliendo al Comando austriaco l’iniziativa operativa. In nuce, questa
vittoria, portava le premesse per gli esiti delle due battaglie successive. La
battaglia del Solstizio infranse, in modo decisivo ogni velleità
austro-ungarica, con una sconfitta a tutto tondo che gettò le premesse materiali
e morale per determinare quei squilibri che poi si rilevarono decisivi per gli
esiti della guerra. La battaglia di Vittorio Veneto innescò lo sfacelo dell’Austria-ungheria,
che già dopo la battaglia della Bainsizza era sull’orlo del crollo definitivo;
situazione che è stata determinata, occorre ricordarlo, dalle undici battaglie
dell’Isonzo volute e condotte da Cadorna, L’Austria era ormai sul baratro e fu
costretta a chiamare l’aiuto tedesco che salvò la situazione con l’offensiva a
Caporetto. Ma la vittoria non poteva cancellare lo stato di prostrazione dell’Impero,
a cui si deve aggiunge la sconfitta della battaglia d’arresto e quella del
Solstizio.
La
considerazione finale sulle operazioni del 1918 in Italia sono tutte positive e
quindi, “si dovrebbe, dunque, concludere
che il 1918 abbia meritatamente fatto apprezzare il contributo italiano bellico
ed il successo delle nostre armi. Invece non fu così.”[1]
(massimo coltrinari) centrostudicesvam@istitutonastroazzurro.org
[1]
Montanari M., Politica e Strategie in
cento anni di guerre italiane. Il Periodo Liberale (Volume II) La Grande Guerra
(Tomo II), Ministero della Difesa, Stato Maggiore dell’Esercito, Ufficio Storico,
Roma 2000, pag. 798
sabato 25 maggio 2019
Reggimenti Ussari Honved e loro distretti di reclutamento
Esercito della Duplice Monarchia 1914
Budapest, 1°
reggimento ussari honvéd di Budapest, (m.k.budapest 1. Honved huszarezredi),
con distretto di reclutamento Budapest
Debreczen, 2°
reggimento ussari honvéd di Debreczen, (m.k. debrecezeni 2. Honved huszarezredi),
con distretto di reclutamento Debreczen
Kassa, 5°
reggimento ussari honvéd di Kassa, (m.k. Kassai 5. Honved huszarezredi), con
distretto di reclutamento Kassa
Marosvasàrhely, 9°
reggimento ussari honvéd di Marosvasàrhely,, (m.k. marosvasàrhely 9. Honved
huszarezredi), con distretto di reclutamento Marosvasàrhely
Pàpa, 7°
reggimento ussari honvéd di Pàpa, (m.k. pàpa 7. Honved huszarezredi), con
distretto di reclutamento Pàpa
Pécs, 8°
reggimento ussari honvéd di Pécs, (m.k.pécs 8. Honved huszarezredi), con
distretto di reclutamento Pécs
Szabadka, 4°
reggimento ussari honvéd di Szabadka, (m.k. szabadkai 4. Honved huszarezredi),
con distretto di reclutamento Szabadka
Szeged, 3°
reggimento ussari honvéd di Szeged,
(m.k. szegedi 3. Honved huszarezredi), con distretto di reclutamento Szeged
Warasdin, 10°
reggimento ussari honvéd di Warasadin, (m.k. warasadin 10. Honved
huszarezredi), con distretto di reclutamento Warasadin
Zalaegerszeg, 6°
reggimento ussari honvéd di Zalaegerszeg, (m.k.budapest 6. Honved huszarezredi),
con distretto di reclutamento Zalaegerszeg
martedì 21 maggio 2019
Operazioni dell'Estate del 1917 sul fronte italiano
La battaglia dall'Idria al Timavo
(Agosto- Settembre
1917)
L'offensiva di primavera era appena terminata è già
l’esercito nostro si preparava a nuovi cimenti. Le unità provate nella battaglia
del maggio venivano rapidamente completate, le armi logorate erano sostituite e
le dotazioni di materiale aumentate; il lavoro tornava a fervere fecondo nei
campi di istruzione e di addestramento.
Contemporaneamente, lungo la fronte, all’attività violenta
della battaglia subentravano il lavorio quotidiano di vigilanza e afforzamento,
le ricognizioni di pattuglie, i tiri di molestia delle artiglierie, le piccole
azioni di logoramento. Si ricostituivano i depositi di munizioni, si piazzavano
nuove bocche da fuoco, si provvedeva all’apertura di nuovi camminamenti, allo
scavo di numerose caverne, difensive per proteggere le truppe dalla violenza
del tiro avversario, ed offensive per tenere prossimi alla linea nemica durante
la preparazione di artiglieria i riparti destinati a costituire le ondate
d’assalto.
Nella prima quindicina di agosto il nostro esercito era
magnificamente pronto per dare un nuovo poderoso urto all’avversario.
Tale urto era richiesto dalla situazione generale degli
alleati: l’offensiva anglo-francese in preparazione; la necessità di
alleggerire per quanto possibile la fronte russo-rumena della pressione nemica
sempre più minacciosa; la speranza di fare rallentare la spinta austro-tedesca
in Galizia nella presunzione che, scemata questa, sarebbe stato più facile
all’esercito russo il riorganizzarsi. D’altra parte il Comando Supremo,
attaccando, si manteneva fedele al concetto dominante le nostre operazioni:
quello cioè di non dar tregua al nemico, di logorarne le forze, non solo con l’attrito
continuo delle azioni quotidiane, ma con i colpi poderosi delle grandi
battaglie.
L’avversario non ignorava il nostro attacco. Non è possibile
oggi tenere nascosta l’immensa somma di preparativi, la raccolta di mezzi
numerosi e poderosi quali quelli che noi ci accingevamo ad impiegare. E d’altra
parte ci era perfettamente noto che il nemico aveva di molto accresciuto le
proprie forze e i propri mezzi di difesa e di offesa, ciò che rendeva
indispensabile da parte nostra una preparazione assai più vasta, per uno sforzo
di gran lunga superiore a tutti i precedenti.
Il Comando Supremo, perfettamente edotto dello schieramento
del nemico, indice delle sue prossime intenzioni; sicuro delle proprie
condizioni di efficienza sulla fronte tridentina, tali da poter parare ad un
eventuale attacco avversario da quella parte, decise di assalire sulla fronte
giulia.
L’intendimento fu quello di eseguire un attacco a fondo
sull’intera fronte da Tolmino al mare, dislocando le riserve delle armate e del
Comando Supremo in modo che potessero con prontezza accorrere su quel qualunque
settore dove fosse riuscito lo sfondamento, per allargare la breccia e spingere
risolutamente l’avanzata.
Ed invero, determinatosi lo sfondamento della fronte nemica
sull’altopiano di Bainsizza, il Comando Supremo spostò rapidamente verso di
esso le riserve, mentre faceva seguitare la pressione sul Carso.
Affermatosi il successo col vittorioso procedere delle nostre
truppe sull’altopiano di Bainsizza, alle truppe del Carso fu fatto assumere atteggiamento
potenziale per approfittare anche di qualsiasi segno di indebolimento
dell’avversario da quella parte.
Nell'applicazione tattica di tale concetto strategico, la
battaglia dall’Idria al Timavo può considerarsi divisa schematicamente in
distinti momenti:
L’attacco su tutta la fronte e il passaggio dell’Isonzo; la
manovra di sfondamento sulla Bainsizza e la formidabile pressione sul Carso;
l’avanzata sull’altopiano di Bainsizza.
giovedì 16 maggio 2019
Mezzi speciali in Azione
Il forzamento di Pola con il barchino "Grillo" (14 maggio
1918)
Il rapporto del comandante Pellegrini, che, essendo rimasto prigioniero, non
potè farlo pervenire in Italia se non molto tempo dopo l'impresa così recita:
"Missione
del Grillo" nella notte dal 13 al 14 maggio 1918.
"Mi
pregio riferire alla E. V. quanto segue circa il tentativo fatto col
galleggiante speciale "Grillo" nelle prime ore del 14 maggio per
penetrare nel porto di Pola e silurarvi una nave nemica.
"Lasciato
libero dal capitano di vascello Ciano Costanzo, alle 02,20 circa, a metà della
congiungente Punta Peneda – Capo Compare, avendo già approntati i siluri per il
lancio e tenendo l'equipaggio sdraiato in coperta ho proseguito navigando alla
massima velocità dirigendo per Greco in modo da avvicinarmi, come da
istruzioni, all'isola di S. Girolamo. Durante questa rotta sono stato
illuminato diverse volte dal proiettore di Capo Compare e di queste accensioni
ho approfittato per giudicare, rilevandolo, della mia posizione. Ho cambiato
rotta dirigendo per scirocco e messo alla minima velocità (per non far rumore)
quando per la vicinanza all'isola di S. Girolamo ho giudicato di essere sul
punto dal quale sarei andato ad incontrare normalmente il primo gruppo delle
ostruzioni del porto in prossimità della loro parte mediana.
"Durante
quest'ultima rotta che ho compiuta, senza che venisse acceso nessun proiettore,
e col cielo, contrariamente a quello che era stato fno a poco tempo prima,
completamente rasserenato, ho avvistata l'estremità del molo e Punta Cristo
(che mi ha dato modo di controllare che la rotta che seguivo era quella che
volevo io) e poco prima di essere sulle ostruzioni un galleggiante che ho
giudicato essere ilguardaporto. Ho constatato che esso era ormeggiato
parallelamente alle ostruzioni e ad un centinaio di metri circa dal molo. Non
distinguendolo io nitidamente ed essendomi poco dopo apparsa la prima
ostruzione, non ho deviato dalla mia rotta sia per la speranza, essendo io più
piccolo, di non essere visto, sia perchè se avessi accostato a sinistra (come
avrei dovuto fare per allontanarmi) avrei dovuto mettermi quasi normalmente a
lui con maggiore probabilità di essere scorto.
"Ho
fatto passare il fuochista scelto Corrias Giuseppe dal centro a poppavia per la
manovra del timone che avrebbe fatta insieme al 2° capo silurista Milani
Antonio. Questi si trovava già a poppa perchè incaricato durante
l'avvicinamento alle ostruzioni di coprire il boccaporto entro il quale mi
chinavo per manovrare i motori onde evitare che all'esterno si vedessero le
scintille che facevano i relativi reostati. Il marinaio scelto Angelino
Francesco è rimasto (dove era già stato destinato prima) a prora.
"Pochi
istanti prima di essere sulle ostruzioni, una voce proveniente dal guardaporto
ha dato, credo, il "Chi va là". Non ho risposto e data la vicinanza
delle ostruzioni ho fermato l'elica, per evitare rumore arrivandovi sopra con
troppo abbrivo, e messo in moto le catene. Alle 03,25 i denti delle catene
hanno fatto presa sulla prima ostruzione, e pochi istanti dopo, un proiettore
acceso sul guardaporto, dopo brevissima rettifica, mi ha illuminato a proravia
del traverso a dritta e da questo momento mi ha tenuto sotto il suo fascio. A
questo proiettore ha seguito poco dopo quello debole e rossastro di Punta
Cristo che illuminandomi al traverso a sinistra ha illuminata anche l'estremità
del molo. Subito dopo essere stato illuminato dal proiettore del guardaporto
sono partiti, ho avuto l'impressione, dal guardaporto, i primi colpi di fucile
diretti contro il "Grillo" e poco dopo quelli di mitragliatrice e di
un cannone di piccolo calibro, e, mentre stavo passando la prima ostruzione,
dall'estremità del molo sono stati sparati successivamente due very bianchi. Il
fuoco ha seguitato da questo momento ininterrottamente fino a quand, come dirò
in seguito, non ho fermato il "Grillo" per affondarlo.
"Un
terzo proiettore, molto più potente dei due altri, è stato acceso da una nave
all'interno (forse quella di cui prima mentre mi avvicinavo a S. Girolamo avevo
visto profilarsi confusamente la sagoma nell'avvallamento del porto) e mi ha
illuminato di prora.
"Durante
il passaggio della prima ostruzione, che sarà durato circa due minuti, ho
riscontrato che il primo gruppo delle ostruzioni era formato nel modo che
sapevo già per le informazioni avute al riguardo, con l'aggiunta però di una
ostruzione in più di quelle centrali. Questo primo gruppo era così costituito
da cinque linee di ostruzioni. Le due esterne erano formate da travi
(lunghi circa 4 metri) posti normalmente
all'ostruzione e tenuti riuniti fra loro da tre gruppi di cavi di acciaio che
correvano longitudinalmente dal molo a Punta Cristo, il centrale (emerso) al di
sopra della metà, ed i laterali (immersi) al di sotto delle estremità dei
singoli travi. Le tre interne erano formate da travi posti longitudinalmente
riuniti fra loro con anelli di ferro ed
ormeggiati a boe sferiche. Data la piccola distanza fra una ostruzione e
l'altra (circa 20 metri) ho detto a poppa di non mettere le chiavette, quando
passata l'ostruzione, avrebbero ammainato il timone, ma tenerlo a posto solo
con le mani; così infatti ho navigato fra una ostruzione e l'altra.
"Il
passaggio della 2°, 3° e 4° ostruzione è stato molto celere oltre che per il
tipo di ostruzione anche perchè io ho tenuto in moto l'elica fino a quando
l'ostruzione non è arrivata a poppavia del boccaporto di poppa. Il congegno
delle catene nel superare i due tipi di ostruzione si è dimostrato ottimo.
"Mentre
stavo fra la 3° e la 4° ostruzione ho visto un fanale rosso, al di là delle
ostruzioni e dei fasci dei proiettori, che si spostava, non molto velocemente,
dal molo verso di me. Ho immaginato che questo fanale fosse quello di una
imbarcazione di guardia che venisse, in rinforzo al guardaporto, ad impedirmi
l'entrata nel porto, e mentre fino allora, nonostante il fuoco che veniva fatto
contro il "Grillo", mi era sorrisa la speranza di riuscire a passare
anche il secondo gruppo di ostruzioni, e di lanciare per lo meno contro la nave
che mi illuminava col suo proiettore, ora invece per il sopraggiungere di
questa imbarcazione vedevo che avrei dovuto, in mancanza di meglio, lanciare
non appena avessi superata l'ultima ostruzione del primo gruppo.
"Nella
previsione di superare questa ostruzione dicevo all'equipaggio di tener pronte
le Ghilsenti pensando che ne avrei dovuto far certo uso per tener lontana detta
imbracazione quando oltrepassata la 5° ostruzione avrei lanciato.
"Il
fanale rosso scompariva un pò dietro il guardaporto e poco dopo, mentre
oltrepassata la 4° ostruzione avevo rimesso in moto per avvicinarmi alla 5°, mi
accorgevo che sarebbe arrivato sul punto dove io avrei superata questa
ostruzione, al più tardi pochi istanti dopo che io avrei incominciato a
superarla.
"Seguitando
ad andare avanti mi arei trovato così per circa un minuto e mezzo quasi fermo
sull'ostruzione con una barca armata che, data la vicinanza, avrebbe
certamente, danneggiandolo, fermato il "Grillo" sulla ostruzione. Ho
considerato allora impossibile qualsiasi tentativo di lancio e intile quindi
ogni ulteriore proseguimento.
"Date
le consegne avute circa la distruzione del "Grillo" ho deciso di
affondarlo dove ero e, fermata l'elica e le catene, ho detto a Corrias di
aprire la valvola di affondamento, il che egli subito è corso a fare. Mentre
davo indietro per fermare l'abbrivo che avevo, la barca di ronda mi è arrivata
di prora (al di là della 5° ostruzione) ed ha dato anch'essa indietro.
"Salito
Corrias in coperta, mi sono chinato io stesso (per fare più presto) entro il
boccaporto per accendere la miccia per far saltare il "Grillo" dopo
di che ho verificato che la valvola di affondamento fosse bene aperta. Avendone
la pressione dell'acqua tenuto il coperchio aderente al seggio e non irrompendo
quindi l'acqua nello scafo che in piccola quantità, ho affondato detto
coperchio, dopo di che mi sono rimesso al mio posto. Ho trovato il
"Grillo" traversato di circa 40° sulla dritta e la barca di ronda ad
una quarantina di metri che non faceva niente.
"Ad
un Lanciamo?" di Corrias quando sono tornato in coperta ho pensato di
lanciare i siluri per impedire che gli austraici pescando il "Grillo"
potessero recuperarli. Volendo lanciare verso il centro del porto ho rimesso in
moto mettendo tutto il timone a sinistra e dicendo a poppa di star pronti a
lanciare. Il motore si è messo in moto ed il "Grillo" ha iniziato
velocemente l'accostata; ma poco dopo essendosi il motore fermato per l'acqua
che incominciava a bagnare il collettore il "Grillo" seguitava ad
accostare lentamente. Arrivato normalmente all'ostruzione ho detto di lanciare;
e Corrias, che poco prima si era portato da poppa al centro, lasciando al
timone Milani, ha dato una pedata all'apposita leva della tenaglia a sinistra e
poi a quella di destra senza primi ricordarsi di togliere, cosa che anche a me
in quel momento è acaduta, il relativo spillo di sicurezza. I siluri, così, non
sono stati lanciati.
"Durante
quest'ultima fase era cessato il fuoco che veniva fatto contro di noi, forse
nella credenza che fossimo stati colpiti e impossibilitati a muoverci, e
nonostante la continuità del fuoco, eccettuati colpi di fucileria che ho
sentito colpire varie volte le parti metalliche nessun'altro colpo aveva fino
allora raggiunto il "Grillo". La messa in moto ha tolto questa
credenza, chè pochi istanti dopo che Corrias aveva cercato di lanciare mentre
con Angelino ritentava il lancio usando la leva a mano, un colpo di cannone ha
colpito il "Grillo" (credo in coperta a dritta) quasi nel mentre che
questo, per l'acqua imbarcata si raddrizzava verticalmente.
"Mi
sono trovato così improvvisamente in acqua ( con tutti gli altri) ed il
"Grillo" è affondato prima ancora che mi fossi formata una idea
precisa del dove fosse stato colpito e prima che avessi potuto fare alcun
segnale. Attorno a me erano gli altri dell'equipaggio tra i quali Angelino
ferito ad un braccio.
"Con
Corrias ho aiutato questi e l'ho trascinato a nuoto verso la 5° ostruzione fino
a quando, accorgendomi che mi avvicinavo invece alla 4° (v'era corrente
crescente) ho nuotato verso questa e, raggiunta, vi sono rimasto aggrappato
sostenendo sempre, insieme a Corrias, Angelino. Milani ha raggiunto intanto la
barca di ronda che si era attaccata al 5° ostruzione e col battello ha cercato
di venire a prender Angelino.
"Circa
un quarto d'ora dopo che eravamo in acqua, uno scoppio subacqueo seguito da
numerosissime bolle d'aria, mi ha edotto della esplosione di una delle due
bombe del "Grillo". Sono rimasto in acqua, in attesa di un battello
piccolo che riuscisse a sorpassare la quinta ostruzione per poter poi
trasportare Angelino, circa tre quarti d'ora, dopo di che lasciato questi su di
un rimorchiatore, sul quale dei medici hanno subito incominciato a medicarlo,
io e Corrias siamo stati portati con una barca a vapore (erano le 04,30) sulla
"Viribus Unitis".
"Quivi
all'infermeria di bordo, dove abbiamo trovato Milani che vi era stato condotto
poco prima, siamo stati vestiti, con tenute di macchina da marinaio e poco dopo
portati tutte e tre alle carceri militari marittime di Pola".
Il capit. di fregata
f.to MARIO PELLEGRINI
I
motoscafi che si trovano all'esterno e presso la diga e le torpediniere che
erano al largo avevano seguito le fasi dell'arrischiata missione per mezzo
degli indizi che potevano ad essi pervenire. Avevano udito due esplosioni, una
delle quali era querlla causata dalla bomba impiegata per la distruzione del
"Grillo"; ed esse con i segnali a razzi, fatti effettivamente dagli
austriaci come segnali d'allarme, ma corrispondenti in tutto a quelli
concordati con il comandante Pellegrini nel caso di riuscita dell'impresa,
avevano indotto a pensare che il "Grillo" fosse riuscito a penetrare
nella rada ed a silurare una delle navi maggiori nemiche. Naturalmente in
seguito potè rendersi manifesto come le cose si erano svolte; ma il mancato
obiettivo, in una sì difficile operazione, non menomò assolutamente il merito
degli audaci uomini che con tanta perseveranza e con tanto ardire avevano
tentato l'impresa
venerdì 10 maggio 2019
sabato 4 maggio 2019
Il Milite Ignoto, Nota a margine
Il viaggio dell’Eroe
Lungo l’Italia seguendo il Milite Ignoto
Di Giovanni Cecini
Ogni Nazione
si alimenta attraverso una liturgia civile, mediante riti e cerimonie uniche e
irripetibili. La guerra, come fenomeno collettivo di rigenerazione sociale e di
rinascita patriottica, ha molto spesso rappresentato l’araba fenice per i
popoli con l’obiettivo di riaffermare i propri valori e peculiarità. In epoca
contemporanea, dopo il grande sconvolgimento politico operato dalla Rivoluzione
francese, il concetto di conflitto nazionale ha aumentato a dismisura la sua
potenza, tanto da alimentare sempre più emulazione e desiderio di
partecipazione. In questa logica si spiegano le grandi adesioni nelle guerre
dell’Ottocento, fino alle catastrofi planetarie della prima metà del Novecento,
con strascichi ancora fino ai giorni nostri.
Anche l’Italia
ha partecipato a questa grande “festa” patriottica, in cui contribuirono non
solo alcuni retaggi socio-politici risorgimentali, ma anche uno strato
culturale diffuso di intellettuali di ogni colore politico. Al termine del
conflitto, giudicato dai contemporanei con ingenuo ottimismo l’ultimo da
combattere, la pace vittoriosa – nonostante le ricorrenti polemiche sul
rapporto tra i sacrifici sofferti e i ricavi ottenuti – doveva essere
celebrata, proprio perché frutto di una partecipazione unanime di tutto il
Paese.
E’ per questo
motivo che, nel bel mezzo del cosiddetto “Biennio rosso” e delle gravi fratture
socio-economiche dovute al conflitto, il desiderio da parte dello Stato di
unificare tutto il popolo italiano ripercorse i passi del sentimento
patriottico.
Fu di Giulio
Douhet l’idea di istituire anche in Italia, a imitazione di altri Paesi, la
figura del Milite Ignoto: un soldato sconosciuto e non identificabile che
potesse per questo motivo ricordare e onorare tutto il valore e il coraggio
offerto dalle Forze Armate nazionali. A seguito di questa proposta, nell’estate
del 1921 il Governo predispose attraverso un’apposita commissione la scelta del
corpo da onorare e tutto il relativo cerimoniale.
In pochi mesi
si arrivò quindi alla solennità in cui, nella basilica di Aquileia il 26
ottobre, Maria Bergamas – madre di Antonio, un disertore austriaco triestino
volontario italiano caduto in combattimento e mai ritrovato – scelse tra 11
bare identiche quella che sarebbe divenuta il simbolo assoluto del sacrificio
in guerra. Una volta individuata, il Milite Ignoto iniziò il suo viaggio che lo
avrebbe portato a Roma. Durante i quattro giorni, che occorsero al treno
speciale per raggiungere la
Capitale , ali di folla in ogni stazione e in ogni punto della
ferrovia onorarono il feretro e così testimoniarono il proprio attaccamento a
quello che per ognuno poteva essere un figlio, un fratello, un marito o un
padre.
Arrivato alla
Stazione Termini, dopo una nuova solenne cerimonia presso la basilica di Santa
Maria degli Angeli all’Esedra, il corteo il 4 novembre continuò lungo le
gremite strade della città, dove proseguì l’entusiasmo e l’attaccamento al
primo caduto d’Italia. Il Sovrano e tutte le autorità civili e militari
seguirono l’avvenimento, come comparse di uno spettacolo, in cui il
protagonista solo formalmente rimaneva anonimo di fronte al solenne calore, che
creava nei cuori degli italiani.
Una volta
giunto a Piazza Venezia, presso il Vittoriano che fino ad allora tra mille
polemiche era semplicemente la cornice per glorificare il Risorgimento e Vittorio
Emanuele II, l’apice della liturgia civile trovava luogo. Il corpo del soldato,
inserito nel cuore del monumento, sotto al bassorilievo della dea Roma, da quel
momento diveniva il centro ideale e spirituale di ogni patriottismo passato,
presente e futuro.
Esattamente a
90 anni di distanza, quando ancora l’Altare della Patria è il palcoscenico unico e ineguagliato di
cerimonie e manifestazioni nazionali, un nuovo convoglio ferroviario ha
percorso lo stesso itinerario, rammentando a tutti gli italiani il senso di
quell’indimenticabile esperienza. Moltissimi sono stati i partecipanti
all’iniziativa, basata su una mostra fotografica e documentale itinerante, che
ha ricordato i fatti dell’epoca. La conclusione non poteva che essere di nuovo
a Roma, dove a partire dal Presidente della Repubblica e dal Ministro della
Difesa, sono stati tanti i cittadini, che a costo di lunghe file, hanno voluto
visitare i vagoni offerti dalle Ferrovie dello Stato per questa incredibile
iniziativa.
Il nostro
plauso va agli organizzatori e a tutti coloro che hanno partecipato.
venerdì 3 maggio 2019
LIna della Pietra. Una icona della Grande Guerra
Ripubblichiamo un articolo già apparso su www.valoremilitare.blogspot.com
L’ultima
portatrice carnica: Lina Della Pietra
di Maria Teresa Laudenzi
Lina Della Pietra, ultima
portatrice carnica, era nata il 9 maggio 1905,a Zovello ( Zuviel ) - 921
m.s.l.m. 186 abitanti -, frazione del Comune di Ravascletto. in friulano anche
Monai, della Provincia di Udine,
composto delle frazioni di Zovello e
Salars , nella Valcada, una delle sette Valli della Carnia, note già nel 1200 dai
cramars “, venditori ambulanti girovaghi che cercavano fortuna, muniti dalla sola
“ crassigne “, mobiletto in legno con cassetti , carico di spezie, stoffe,
erbe, calzature e prodotti artigianali della zona.
La zona della Carnia, dove si trovavano
appostati 31 battaglioni, era talmente vitale da essere posta alle dirette
dipendenze del Comando Supremo. Il valore di tale zona consisteva nel fatto
che, realizzando uno sfondamento a Passo Monte Croce Carnico, l’esercito
austriaco avrebbe potuto avere zona libera nelle Valli del But e Chiarsò,
considerate le parti principali per invadere l’Italia. I 10.000 -12.000 uomini
che presidiavano la Carnia dovevano essere vettovagliati ogni giorno, forniti
di munizioni, medicinali. Quando il Comando Logistico e quello del Genio furono
costretti a chiedere aiuto alla popolazione, ma tutti gli uomini erano alle
armi , rimanevano a casa solo donne e bambini; le donne del Comune di Paluzza
furono le prime a presentarsi “ Anin “ dicevano
“ senò chei biadaz ai murin ancje di fan
“ ( andiamo, altrimenti quei poveretti muoiono anche di fame ). Le
portatrici avevano una età compresa tra
i 15 e 60 anni, munite di libretto personale, dove veniva segnato
presenza,viaggi compiuti, materiale trasportato con le gerle e unità militare
per la quale lavoravano. Ogni viaggio veniva compensato con lire 1,50 ( circa
3,50 € ) corrisposto ogni mese. Vettovagliamento, munizioni, materiale vario
venivano caricati ogni giorno all’alba nei magazzini militari nelle gerle ( zèi
– pronuncia gei in carnico , cesta di vimini intrecciati a forma di tronco di cono
rovesciato, aperto in alto, con due spallacci, per essere portati sulle spalle.
Nelle loro case venivano usate per trasportare fieno, legna, formaggio, vino,ecc.)
Partivano a gruppi di 15-20 senza guide,
imponendosi una tabella di marcia, dopo percorso il fondo valle, con la gerla
carica ( poteva pesare sino a 40 kg. ) “ attaccavano “ la montagna dirigendosi
a raggiungere il fronte, a raggiera; Pal Piccolo, Pal
Grande, Freinkofer. ( Alla fine di marzo durante violentissimi combattimenti
con furibondi scontri all’arma bianca, che portarono alla perdita ed alla
riconquista del Pal Piccolo, l’olocausto di sangue, largo e generoso dei battaglioni Tolmezzzo e Val Tagliamento,
per il superbo valore dimostrato già all’inizio della guerra, valse a far
conferire alla bandiera dell’8° Reggimento Alpini la medaglia d’argento al
valor militare ). Dalle 2 alle 5 ore di salita, superando dislivelli dai 600 ai
1.200 metri. Scaricato il materiale,sostavano pochi minuti, ( qualche volta al ritorno, portavano a valle,
in barella,i militari feriti o i caduti in combattimento ) poi la lunga discesa
per ritornare a casa dove stavano in attesa vecchi e bambini. Accudivano gli
animali nella stalla, nel cortile, facevano da mangiare. L’indomani all’alba si
ricominciava. Una identità patriottica, religiosa, laboriosa, tenace e dalle
esemplari tradizioni alpine, erano le doti delle portatrici carniche .Maria
Plozner Mentil, quattro figlie ed un marito al fronte, venne uccisa il 15
febbraio 1916, , da un “ cecchino “ austriaco, a quota 1619, alla Casera
Malpasso. Nello stesso anno, altre tre rimasero ferite : Maria Muser Olivotto,
Maria Silverio Matiz di Timau e Rosaria Primus di Cleulis. Soltanto mezzo
secolo dopo, il 1° ottobre 1997, il Presidente della Repubblica Oscar Luigi
Scalfaro, attorniato dalle più alte cariche dello Stato e della Regione, ha
consegnato ai figli della Maria Plozner Mentil, Dorina e Gildo, la Medaglia
d’Oro al Valor Militare concessa alla memoria della madre e baciata la mano a
Lina Della Pietra.
A tutte le portatrici carniche venne
concessa la medaglia d’oro Cavalieri di Vittorio Veneto ed un assegno annuo
vitalizio di L.60.000 portato poi a L. 150.000.
La signora Elisabetta Zitelli che aveva
ospitato la nonna Lina Della Pietra nel 1974, mi raccontò la storia della sua
famiglia consegnandomi diverse fotografie, inedite, molto interessanti.
Lina Della Pietra, faceva la ricamatrice da
ragazzina,e dopo aver fatto parte delle portatrici carniche,come sua sorella
Virginia, lavoro pericoloso quando si arrivava vicino al fronte, perché dovevamo buttarci a terra per
schivare le pallottole del nemico; dopo l’ottobre 1917, rimasta a Zovello,
frequentava la parrocchia del paese,
dove aiutava il prete a insegnare
dottrina ( fatto inconsueto per i tempi di allora ); molto giovane ancora,
sposò un fabbro, Giuseppe Casanova, andando a vivere in Francia ad Arras capoluogo del Dipartimento del passo
di Calais dove aprì una officina per automobili.. Ebbe due figli, Ettore nato
il 4.4.1922 ed Elide nata il 30.10.1924, morta nel 1974,era mia madre aggiunse la signora Zitelli. Ritornata in Italia, per l’entrata in guerra
con la Francia, dopo essersi alloggiata nelle case destinate ai rimpatriati, a
Trieste, - nel 1974 trovò ospitalità a
casa mia in viale Miramare, 171 Mio
fratello Ettore andò negli Stati Uniti nel 1950 e ritornò in Italia per
festeggiare i 100 anni della nonna Lina, rientrando nuovamente in America.
Pochi mesi dopo morì anche la sorella Virginia ,portatrice carnica., . sorella di Lina . La signora Elisabetta
Zitelli, -aveva seguita sino sua alla
morte la nonna Lina, avvenuta nel 2005. . Aveva 104 anni. Alle celebrazioni funebri nella Chiesa S.Bartolomeo di Barcola, solo
i pochi parenti e amici, senza alcuna corona e messaggio da parte degli
amministratori locali e dalle autorità politiche venisse recapitato ai familiari..
La signora Zitelli , concluse
: La nonna Lina aveva ereditato dal suo
passato la fatica abituata da secoli per l’estrema povertà di quelle zone ad
indossare la “ gerla da casa “ ,- che mai come in questo caso , rappresentava
il simbolo della donna carnica – ora la metteva sulle spalle al servizio della
Patria. Sono comunque fiera di quello
che è stata e di quello che ha fatto “
Arrigo Curiel
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