sabato 20 giugno 2020

Il valore delle crocerossine nella Grande Guerra. Elena d'Orleans


Stralcio della Relazione presentata alla 
GIORNATA DEL DECORATO 2018 

Sorella CRI Anna Cantafora


Ringrazio il Generale Carlo Maria Magnani Presidente Nazionale dell’Istituto del Nastro Azzurro per l’invito in occasione della Giornata del Decorato. 
 Non è conoscenza comune, che molte donne furono decorate con Medaglia al Valor Militare e tra queste numerose furono le Infermiere Volontarie della Croce Rossa Italiana.
Infermiere Volontarie della Croce Rossa Italiana, questo il nostro nome ufficiale, ma affettuosamente e per tutti: “Crocerossine.”
Tre Crocerossine furono decorate con medaglia d’oro, più di 60 con medaglia  d’argento, più di duecento con medaglia di bronzo.   Arduo scegliere quali figure ricordare! Illustrerò brevemente i profili della Duchessa d’Aosta, nostra prima Ispettrice Generale, delle tre sorelle perite nell’affondamento della nave Po e di Sorella Maria Cristina Luinetti.  Figure lontane e vicine nel tempo , ma sempre e per sempre nel cuore degli Italiani  ELENA DI  ORLÉANS


Elena di Orléans, nacque a Twickenham, il 13 giugno 1871 e morì a Capodimonte il 21 gennaio 1951. Il 25 giugno 1895, sposò Emanuele Filiberto di Savoia, dal matrimonio nacquero due figli: Amedeo eroe dell’Amba Alagi e Aimone.
Trasferitasi a Napoli con il marito, nominato Comandante del X Corpo d’Armata, dal 1909 al 1911, seguì il corso di formazione come allieva infermiera della CRI e sostenne l’esame nell’ottobre del 1911.
Alla vigilia della Grande  Guerra ottenne la nomina a Ispettrice Generale delle Infermiere volontarie della Croce Rossa italiana, incarico che ricoprì dall’aprile 1915 al marzo 1921, mentre il marito Emanuele Filiberto era posto a capo della 3ª Armata schierata sul Carso orientale. Molto amata dalle «sue infermiere», come usava chiamarle, Elena d’Aosta, instancabile, visitò dal nord al sud gli ospedali sia nelle vicinanze della linea del fuoco, sia nelle retrovie e valutò la disciplina e la preparazione delle 10.000 volontarie addette all’assistenza. All’occorrenza, lamentava la scarsa formazione dovuta ai corsi accelerati, indetti in gran numero per far fronte alle necessità del conflitto, rimuovendo dall’incarico le infermiere il cui comportamento reputava dannoso per il buon nome dell’istituzione. Diresse il Corpo con mano ferma, dando un’impronta severa e rigorosa, che rimase a lungo come caratteristica dell’organizzazione. Decise di abolire ogni distinzione di titoli nobiliari.
Per il suo servizio di guerra, ottenne molte decorazioni, fra cui la Medaglia d’Argento al Valor Militare che le venne conferita solennemente il 15 marzo 1917 alla presenza del Duca d’Aosta, nella piazza principale di San Giorgio di Nogaro, con la seguente Motivazione:

“ Instancabile in opere di pietà, con sacrificio di se stessa, fulgido esempio di alacrità e coraggio alle infermiere della Croce Rossa, nonostante i pericoli di ogni specie, si trattenne in lazzaretti di colerosi e ospedaletti da campo dei più avanzati in località battute dall’artiglieria nemica, su tutto il fronte dal Trentino all’Isonzo, sempre serena, impavida soccorritrice, benefica, portando ovunque, anche tra gli edifici crollati sotto le bombe dei velivoli avversari, un conforto amorevole ai nostri soldati ammalati e feriti, inspirando in tutti alte virtù di fede.” 
Fronte di Guerra 1915-1916

lunedì 15 giugno 2020

.La prima guerra mondiale e la donna 2

 Immagini di una fabbrica di munizioni nel 1917. Il personale è tutto femminile. 
Lo sforzo bellico italiano nella Grande Guerra ha avuto un contributo di rilevo sull'impiego della donna nelle fabbriche di carattere strategico



mercoledì 10 giugno 2020

La Tattica nella Grande Guerra 9


Anche nei riguardi dell'azione offensiva il Comando Supremo italiano non ristette dall'aggiornare, completare e modificare la normativa rielaborata fra il 1914 ed il maggio del 1915, della quale le circolari già ricordate - Attacco frontale e ammaestramento tattico e Coordinamento di impiego della fanteria e dell'artiglieria - costituirono la base essenziale sulla quale furono impostate le operazioni del primo sbalzo offensivo (24 maggio-22 giugno). I primi problemi affrontati subito dopo l'entrata in guerra furono la distruzione dei reticolati e (77) l'impiego offensivo della fortificazione campale (78) e, dopo la prima battaglia dell'Isonzo ( 23 giugno-7 luglio), mentre si stava preparando la seconda (18 luglio-3 agosto), il coordinamento dell'impiego della fanteria e dell'artiglieria (79) ed il mantenimento delle posizioni conquistate (80). Dopo l'esperienza delle operazioni offensive compiute dal maggio al settembre del 1915, il generale Cadorna raccolse in un breve quadro sintetico le norme impartite fino a quel punto, e tale documento (81) rappresentò il punto di riferimento dottrinale della terza (18 ottobre-4 novembre) e della quarta (10 novembre-2 dicembre) battaglia dell'Isonzo. La circolare prese in esame 9 argomenti, dei quali 4 di carattere morale-disciplinare (disciplina, segreto delle operazioni, contegno in combattimento, azione e posto dei comandanti) e gli altri più specificatamente di ordine tattico e tecnico (preparazione generica dell'azione e ricognizioni, caratteristica delle posizioni da attaccare e dell'attacco, preparazione e impiego dell'artiglieria, azione della fanteria, occupazione delle posizioni). Essa venne poi completata da ulteriori norme particolareggiate sull'impiego dell’artiglieria intese ad ottenere dal fuoco il massimo rendimento possibile per supplire alla scarsità numerica delle batterie e del loro munizionamento (82). Richiamate le esigenze della preparazione generica (ricognizioni del terreno mediante l'impiego di piccole audaci pattuglie) e del servizio di sicurezza, e le caratteristiche delle posizioni da attaccare (organizzare su due o più linee successive di difesa, distanti fra loro uno o due km, vere zone fortificate), la pubblicazione, senza escludere che sia possibile talvolta ottenere la conquista di più di una delle zone o linee di difesa mediante un unico sbalzo delle truppe attaccanti, dà come norma generale che l'attacco deve sfondarle una ad una - tattica della conquista successiva di obiettivi limitati - e che ad ogni linea o zona deve corrispondere un unico sbalzo delle truppe attaccanti. Perché ciò sia possibile è necessario che le trincee ed i reticolati siano stati in precedenza demoliti e sconvolti, le fanterie nemiche siano state notevolmente ridotte nella loro capacità morale e materiale di resistenza e che le artiglierie della difesa siano state individuate e vengano messe a tacere o quantomeno chiamate a rivolgere il loro tiro prevalentemente contro le artiglierie e non le fanterie dell'attacco. Da qui: la necessità di un potente fuoco di preparazione di tutte le artiglierie di piccolo, medio, grosso calibro la cui durata non può essere stabilita a priori, ma che deve essere prolungato fino a tanto che accurate ricognizioni non abbiano accertato di aver raggiunto lo scopo: più a lungo ed efficace sarà il periodo di preparazione (nel solo limite di non consumare inutilmente le munizioni) e più breve e risolutivo sarà il periodo dell’esecuzione dell'attacco; l'esigenza che le fanterie, una volta compiuta la preparazione dell'artiglieria, irrrompano nelle brecce aperte “con impeto e risolutezza, non arrestandosi davanti a nessun ostacolo, ma tutti superandoli con slancio ed ardimento” e mirando alla meta, “ la quale è sempre al di là di tutta la successione di trincee e di reticolati costituenti in complesso la prima zona d'attacco “ la convenienza a non procedere in una sola linea densa e continua ed, a non arrestarsi davanti alla prima linea di trincee nemiche ed a non addossare i rincalzi su di questa, ma a schierare giudiziosamente le truppe in profondità su di una serie di parecchie non estese e rade linee una all'altra retrostante, pronte ad essere proiettate avanti successivamente, a mano a mano del bisogno”. In corrispondenza dei tratti di penetrazione “ è indispensabile che le successive linee attaccanti si proiettino come onde rincalzanti; ognuna più consistente della precedente e ciascuna destinata a sopravanzare ed a trascinare col proprio impeto la precedente”.  Infine, una volta occupata una posizione occorre consolidarvisi subito spingendo al massimo grado l'assetto difensivo senza darsi tregua né riposo.
(Da Filippo Stefani, Storia della Dottrina e degli ordinamenti dell'Esercito Italiano) continua con posto in data 10 luglio 2020

venerdì 5 giugno 2020

Prima Guerra Mondiale e la Donna 1


Immagini della mobilitazione totale industriale italiana enlla Grande guerra
La donna nelle fabbriche di munizioni




lunedì 25 maggio 2020

In ricordo dell'Alfiere Michele Centofanti


Non dimentichiamo i nostri Eroi. Noi facciamo parte di una generazione che non ha vissuto direttamente gli orrori della guerra. È vero, abbiamo dovuto lottare contro continue crisi economiche, ma tutto sommato, siamo stati più fortunati dei nostri genitori e dei nostri nonni. Il minimo che possiamo fare dunque, è quello di ricordare le persone che sono morte per la nostra Patria. Ricordarsi di loro ci aiuta ad essere più riconoscenti verso chi ha combattuto per un futuro migliore, quel futuro che loro stessi non hanno mai visto, né potuto godere. Tra questi Eroi, troviamo Michele Centofanti di Introdacqua, è stato Alfiere degli Arditi Alpini e ha combattuto nelle “Fiamme Verdi”, nella prima guerra mondiale. L’Ufficiale Alfiere Centofanti, fu colpito da arma da fuoco il 4 aprile 1916, nell’audace azione condotta contro la quota “S. Giovanni”, in zona Monte Grappa. Per capire chi fosse è sufficiente leggere la lettera, che riporto qui di seguito, che scrisse alla sorella poco tempo prima di immolarsi. Fa riflettere la nobiltà d’animo con la quale si esprime, tipica dei valori del tempo. Valori che vorremmo si perpetuassero, per sempre.

Ing. Roberto Centofanti – Federazione di Torino

Dal fronte 15 – 2 – 1916
Sorella carissima,
Nuove lotte ci attendono. Il mio umile servizio alla Patria ricomincia, mi avvicino di nuovo nei luoghi dove tuona il cannone, crepita la fucileria. Coraggio e avanti: Viva l’Italia! Viva il suo esercito.
Sino a quando una stilla di sangue scorrerà nelle nostre vene noi sapremo sempre impugnare un’arma e slanciarci contro il vile nemico. Vittoria dovrà essere la nostra, vittoria completa, santa ideale.
E tu, o sorella, tu che non puoi col braccio difendere la nostra bella Italia, tu che non puoi dare la vita per essa, tu dovrai renderti utile alla Patria in modo diverso ...e sai come? Così, sii forte, sii orgogliosa d’ avere un fratello al fronte, e scrivi a lui lettere piene d’ entusiasmo; digli che tu preghi per lui, digli che combatta da forte, che vinca, che torni vittorioso. Non piangere per esso, ma ridi di gioia quando ti ricorderai che lui pugna per la Patria.
È così che deve mostrarsi la sorella d’ un volontario, d’un giovane che ama la giustizia, che ama la sua Italia. E tu agendo in questo modo recherai al mio cuore tanta gioia, e nello stesso tempo ti rendi utile all’ Italia perché invii il sorriso di contento al soldato che combatte, il quale sentirà meno le fatiche della guerra. Sì, sorella, scrivimi che tu non piangi ma che sei contenta ch’io sono al fronte. Però ricordati che dovrai scrivermelo solo quando ciò lo senti, e non scrivermelo per farmi contento. Pensa alle condizioni dell’Italia, ricorda la tirannia dell’Austria sulla divisa Italia, lo sprezzo con cui i nostri fratelli vennero trattati dal vile nemico, e quando tu avrai compreso tutto ciò che noi abbiamo sofferto sotto il giogo Austriaco, quando le parole, strozzate dal capestro, del giovane Oberdan, scenderanno nel tuo cuore come musica divina, allora, solo allora, tu potrai dirmi: “son contenta che sei in guerra, combatti e vinci”.
E alle tue parole il mio viso si coronerà di gioia, il mio coraggio si raddoppierà, e con la tua angelica visione in mente, saprò ancor di più pugnare e vincere.  E mentre io sulle belle terre di redenzione ornate di sangue combatterò, tu pregherai perché sia vincitore e torni a te.
Coraggio e speranza, grida con me: Viva l’Italia – Viva l’Esercito.
Baci affett.mo fratello
Michele 
Saluti ad Elisa ed amiche.


mercoledì 20 maggio 2020

Le celebrazioni del valore. Il centenario del Milite Ignoto




Un secolo fa, l’Altare della Patria di Roma, l’imponente monumento eretto in Piazza Venezia in onore di Vittorio Emanuele II, detto anche il Vittoriano, divenne protagonista della prima celebrazione del ricordo del Milite Ignoto. Infatti, il 4 novembre 1920 era prevista la Festa delle Bandiere, il raduno di tutti gli stendardi dei vari reparti militari che avevano combattuto durante la Grande Guerra da poco conclusasi. Era un anno difficile, quel 1920, perché la fatiche della guerra avevano prostrato tutti, ma la conclusione del terribile conflitto non aveva portato un immediato benessere. C’erano stati licenziamenti e fame, malattie e proteste. La “vittoria mutilata” non aveva rasserenato gli animi che, come dopo la non assegnazione del Veneto alla conclusione della Seconda Guerra d’Indipendenza, aveva portato sconforto negli ex combattenti, alcuni suicidi, molta amarezza e il senso di non appartenenza ad un Paese che li viveva come un peso.
La prima bandiera ad arrivare a Roma era stata quella dei Granatieri di Sardegna, arrivo concomitante al rientro nella caserma della capitale del reparto lì dislocato. La partenza dalle varie località delle varie bandiere dirette a Roma, aveva dato spazio ad ulteriori disordini che si era cercato di sedare, ed era stata attuata una campagna apposita per sottolineare la valenza patriottico-militare della Festa prevista in occasione della commemorazione della vittoria militare di soli due anni prima. Le bandiere che raggiunsero il Vittoriano in corteo il 4 novembre 1920 furono ben 335, sfilando davanti ai reali che si inchinarono al loro passaggio. Lo spettacolo era superbo, con molta folla e lancio di fiori. Oltre al Re e al Duca d’Aosta, presenziò anche il generale Armando Diaz che venne portato in trionfo dagli ex-combattenti, mentre la commozione generale raccolse gli animi in un legame nazional-patriottico indimenticabile. Soprattutto la menzione dei reparti assenti, dei caduti, il ricordo della sofferenza di molti per il bene di tutti, raccolse intorno alla manifestazione il consenso che la politica necessitava in quel momento così difficile. L’Italia aveva ancora bisogno di senso di unione, di senso di appartenenza di popolo e la manifestazione era riuscita a calmare per un momento gli animi, specialmente nei confronti della Casa Reale. Intorno a quell’evento, si cominciò a ritenere che anche l’Italia avrebbe dovuto avere il proprio Milite Ignoto, come già avevano organizzato la Francia e la Gran Bretagna proprio in quell’anno. Serviva un soldato che rappresentasse tutti quanti mancavano, quelli senza una tomba e morti senza una preghiera; coloro dei quali si era persa traccia per le bombe, l’avanzata o la rotta, perché il tempo aveva cancellato la pietosa deposizione di una croce di legno o di una pietra da parte dei commilitoni. La questione non era, ancora una volta, soltanto sentimentale, ma politica. Il disegno di legge per la celebrazione del Milite Ignoto era arrivato al governo, e continuò il suo iter malgrado il cambio di nomi nelle cariche pubbliche e malgrado i dibattiti, nelle aule e sui giornali. Alla fine, con discorsi toccanti, vere e proprie brecce nelle appartenenze trasversali, si arrivò al voto unanime e all’approvazione della costituzione dell’Ufficio Onoranze al Soldato Ignoto, presso il Ministero della Guerra. Una circolare del 30 settembre 1921, stabiliva che il giorno 4 novembre 1921 si sarebbe data degna sepoltura a Roma, presso l’Altare della Patria, alla salma di un soldato ignoto, cioè di cui non fosse possibile in alcun modo risalire alle generalità. Egli sarebbe stato il rappresentante di migliaia di uomini che avevano dato la vita per la nazione durante la prima guerra mondiale, combattendo per l’Italia dal 1915 al 1918. Ancora una volta le bandiere sarebbero state tutte presenti.
La scelta della salma, su proposta del generale Diaz, non sarebbe stata fatta da un comandante o da un funzionario, ma da una madre che non avesse potuto sapere dove fosse sepolto il proprio figlio. La componente emotiva era forte già sulla carta e lo divenne sempre più sul piano pratico, perché quello spirito di nazione si stava materializzando ancora, come nei mesi di guerra. E diventava importante il riconoscimento del dolore di migliaia di donne, che non solo dovevano piangere la perdita dei propri cari, mariti figli padri fratelli fidanzati, ma dovevano farsi carico delle conseguenze belliche, così come avevano fatto con immani sacrifici nei mesi, fino a quel 1921 in cui ancora non si vedeva la fine delle sofferenze.
Venne nominata una Commissione deputata ad andare a cercare 11 salme, come richiesto dalla circolare n. 71. I suoi membri avevano giurato che avrebbero taciuto per sempre sui luoghi di ricerca dei caduti, così da garantire l’assoluto anonimato del milite. Il pellegrinaggio iniziò dal Trentino e proseguì per alcuni giorni dell’ottobre 1921, passando per il Monte Ortigara, il Monte Grappa, il Montello, non dimenticando un marinaio, simbolo del sacrificio della Marina Militare. Si arrivò verso Gorizia, sul San Michele, il San Marco e il Carso, nomi che si erano scolpiti nella mente di ogni italiano, soprattutto dal 1917 alla vittoria del 4 novembre 1918. Undici salme che raggiunsero, nelle bare appositamente predisposte, nella Basilica di Aquileia. Lì, nel giardino del simbolo della cultura italica, giacevano i morti delle prime ondate belliche; lì aveva sostato in meditazione D’Annunzio; lì erano entrati, vincitori momentanei, gli austriaci; lì era subito stato sistemato il camposanto una volta riconquistato agli italici colori. Aquileia era il simbolo della sofferenza e di ciò che resta, dopo tutto, malgrado tutto.
L’imponenza della Basilica, dai meravigliosi affreschi romani, dal silenzio che cala dalle vette che la circondano, vegliava sul riposo dei resti della battaglia. Lì una madre avrebbe scelto il Milite Ignoto da inviare a Roma e lì sarebbero stati seppelliti gli altri, monumento eterno di tutti gli Italiani. Il giorno scelto per il riconoscimento era il 28 ottobre, in modo da poter fare arrivare, in treno, nella capitale, la salma del Milite Ignoto per il 4 novembre. La donna che riconobbe idealmente suo figlio tra le bare fu Maria Maddalena Bergamas, madre di Antonio, figlio unico, e la colonna sonora che accompagnò quel momento carico di commozione per tutti i presenti, centinaia di persone, fu un testo scritto da Giovanni Gaeta e noto come “La leggenda del Piave”, eseguito dalla fanfara della Brigata Sassari. Il Milite Ignoto e “La leggenda del Piave” diventarono emblema nazionale e sono vessillo ancora oggi non delle gesta di guerra, ma dell’amore materno, dell’amore filiale, dell’unità delle persone intorno alla vita vera e alla necessità di tutelarla e difenderla, bene prezioso e fragile allo stesso tempo. Una lezione che si rinnova ancora oggi, sotto varie forme, e un simbolo attorno al quale unirci per sentirci parte di un tutto al quale stiamo a cuore. Cent’anni dopo, nessuno si vergogna più delle bandiere esposte sui balconi e di essere italiano. Ignoto, nel sacrificio e nel dovere, nella dedizione e nella solidarietà. Combattente, anche se con altre divise, e forse nessuna.


venerdì 15 maggio 2020

Progetto Capire la Grande Guerra. Volume III






Massimo Coltrinari
Riflessioni sulla Grande Guerra
La  Vittoria ed i suoi artiefici
I Generali Italiani nella Grande Guerra 
Roma Casa Editrice Nuova Cultura, 2020, Vol. III

Il Volume riporta a compendio dei primi due dedicati al commento ed alle riflessioni sulle operazioni della Grande Guerra le biografie ragionate dei due Capi di Stato Maggiiore, Luigi cadorna ed Armando Diaz. A seguire gli incarichi svolti durante la guerra dai Generali Italiani a livello di Armata, Corpo d'Armata, compresi il Comando Supremo, le Unità operanti ed i Corpi di Spedizione




il volume è acquistabile in tutte le librerie; 
oppre presso la casa editrice  (ordini@nuovacultra.it)
 o presso l'Istituto del nastro Azzurro
 Roma Piazza Galeno 1
 (segreteriagenerale@istitutonastroazzurro.org)

info e contatti: editoria.cesvam@istitutonastroazzurro.org
(www.cesva.org)

domenica 10 maggio 2020

La Tattica nella Grande Guerra 8

I carri armati furono impiegati prematuramente, mandati allo sbaraglio prima che i loro equipaggi avessero ultimato l'addestramento e prima che gli stati maggiori avessero avuto il tempo di riflettere sul modo migliore di impiegarli e di sfruttarne la combinazione di potenza di fuoco, di movimento e di protezione che essi racchiudevano in un solo strumento. Che il carro armato fosse l'antidoto giusto al binomio mitragliatrice-reticolato e, perciò il mezzo idoneo a superare la guerra di posizione che aveva ridotto la strategia bellica una semplice tecnica di logoramento (76), sarà compreso a Cambrai il 20 novembre 1917 e, soprattutto, l’8 agosto del 1918 quando gli inglesi li impiegarono a massa contro la 2^ armata tedesca ad est di Amiens; ma, in entrambe le circostanze, faranno egualmente difetto la capacità e la preparazione necessaria a comprendere che i carri non erano solo mezzi di rottura, ma anche e soprattutto di sfruttamento del successo.
Quando verso la fine del 1917 i tedeschi, dopo circa 3 anni, decisero di passare nuovamente all'azione offensiva sulla fronte occidentale, avevano pronta una nuova tattica che esperimentarono prima a Riga e poi a Caporetto. Con la tattica dell'attacco contro i punti deboli che essi adottarono, intesero: restituire alla fanteria il compito della conquista degli obiettivi; conferire alla fase di penetrazione carattere di potenza, continuità e flessibilità, da essi stessi sottratto con la tattica di intermittenza; rimettere in auge i principi della sorpresa, dell'inganno e dell'economia materiale delle forze per troppo tempo disattesi. La nuova tattica, alla quale ben presto si uniformarono gli altri eserciti e che costituirà la base delle dottrine offensive tra la prima e la seconda guerra mondiale, poggiò sui seguenti criteri fondamentali: preparazione dell'artiglieria non superiore alle 3-5 ore; smascheramento dello sforzo principale mediante il ricorso a sforzi finti di potenza iniziale non inferiore a quella dello sforzo principale; continui spostamenti di truppe nelle retrovie per disorientare il difensore; riduzione e, se possibile, annullamento delle soste attacco durante, mediante stretta cooperazione fanteria-artiglieria che assicuri, finché è possibile, l'appoggio mobile di fuoco, e mediante lo stretto coordinamento del movimento dei reparti fucilieri con il fuoco dei nuclei mitraglieri e lanciagranate, delle bombarde e dei cannoni di accompagnamento; sostituzione nelle formazioni della fanteria della riga con la fila come la più idonea al movimento e la meno vulnerabile; riduzione della densità della catena. In Piccardia nel marzo la preparazione di artiglieria durò 5 ore, in Fiandra nell'aprile 3 ore, sull’Aisne nel maggio 2 ore e 40 minuti, nello Champagne in luglio 5 ore 20 minuti sulla Marna 4 ore 40 minuti; a Caporetto nell'ottobre del 1917 ed a Banteux e Ventidue nel novembre i tedeschi avevano già attaccato dopo una preparazione brevissima, ma intensa, di granate a gas, fumogene ed esplosive; gli austro-ungarici nel giugno del 1918 aprirono il fuoco alle 3 del giorno 15, preceduti di mezz'ora dalla contropreparazione italiana, e mossero all'attacco 4 ore dopo. Prendere posizione durante la notte, non logorarsi contro i punti forti, sfruttare le occasioni favorevoli, insinuarsi nelle zone di maggiore facilitazione e di minore resistenza, non gettarsi in massa contro la fronte ma sondare i punti deboli, avviluppare e non battere contro: questi i canoni della nuova tattica e della nuova tecnica che modificarono sostanzialmente la fisionomia fino ad allora avuta dall'azione offensiva, che acquistò così un certo respiro. L'artiglieria smantella i punti forti, la fanteria manovra per farli cadere; le 2 armi riassumono i ruoli tradizionali. Ma il problema dell'azione offensiva non su risolto, solo reso meno difficile e costoso. Anche con la tattica e la tecnica precedenti, sia pure con costi insostenibili, si era riusciti talvolta a rompere le sistemazioni difensive ed a penetrarvi in profondità, ma erano mancati i mezzi idonei al dilagamento. E’ vero che spesso il dilagamento non c'era stato o per indisponibilità di riserve, o per la loro dislocazione eccentrica, o per colpa dei generali, ma la verità di fondo era stata l'idoneità del mezzo, perché la cavalleria, la cui iniziale insufficienza di capacità operativa era venuta vieppiù aumentando in proporzione geometrica con il progressivo accrescimento della robustezza delle difese, non era stata, non era e non sarà più in grado di esprimere la potenza necessaria a sfondare le barriere difensive che incontrava in profondità, e neppure a prevenirvi il nemico che non senza ragione le predisponeva così lontane.  La forza della tradizione, lo spirito di sacrificio, il coraggio ed il valore non erano più sufficienti a supplire la debolezza costituzionale di mezzi inidonei vulnerabili. La difesa ebbe sempre modo e tempo di correre alla parata anche quando l'attacco ruppe il muro e riuscì a sboccare in campo aperto, dove giunse però quasi sempre esausto e logoro, privo cioè della forza psicologica e materiale per spingersi con slancio in profondità. La cavalleria, che guerra durante aveva ricevuto nuovi mezzi di fuoco, non fu egualmente in grado di svolgere il suo compito principale e dové appiedare per combattere con procedimenti infanteristici nell'ambito delle azioni tattiche e delle divisioni e dei corpi d'armata.
 (Da Filippo Stefani Storia della Dottrina e degli Ordinamenti dell'Esercito Italiano). continua con post in data 10 giugno 2020

giovedì 30 aprile 2020

Tesi di Laurea. Eroi Dimenticati


Il Dott. Giorgio Madeddu ha discusso nella sessione di laurea invernale del Master di 1° Livello in Storia Militare Contemporanea 1796 -1960 presso la Università degli Studi N. Cusano Telematica Roma la tesi qui presentata. La tesi stessa può essere consultata presso la Emeroteca del CESVAM (www.cesvam.org) Istituto del Nastro Azzurro, Roma, Piazza Galeno previa autorizzazione dell'Autore

venerdì 10 aprile 2020

La Tattica nella Grande Guerra 7. Le fasi della manovra di rottura

Delle tre fasi della manovra di rottura la prima - l'apertura della breccia - venne In un primo periodo affidata all'artiglieria, la seconda - la penetrazione nella breccia - alla fanteria e la terza - il dilagamento - alla cavalleria. I risultati furono del tutto deludenti. A parte il fatto che nelle prime battaglie l'artiglieria non riuscì a distruggere l'ostacolo passivo (per l’inadeguatezza degli effetti dei pezzi leggeri, per la scarsità di pezzi pesanti ed a tiro curvo, per l'insufficienza quantitativa del munizionamento che era stato accantonato in previsione di una guerra di rapido corso e non di posizione), ciò che più si dimostrò inattuabile, anche quando le artiglierie furono in grado di distruggere l'ostacolo passivo, fu la penetrazione della fanteria che, con i propri mezzi e con i procedimenti in vigore, non fu assolutamente in grado di muovere con rendimento operativo accettabile nel dedalo delle superstiti difese passive ed attive che vennero facendosi sempre più resistenti e sempre più numerose in profondità. La fanteria, una volta completata la distruzione dell'ostacolo avanzato da parte dell'artiglieria, doveva: muovere da una base preparata, consistente in un complesso di linee - trincea di partenza - scavate, quando possibile, a distanza media di 1.000 m dalla linea avanzata nemica; procedere ad ondate, mediante sbalzo di frazioni di onda, appoggiate dal fuoco dell'artiglieria, secondo il procedimento dell'avanzata progressiva del fuoco ottenuta mediante la proiezione progressiva degli elementi arretrati sulla prima linea di attacco; assaltare all’arma bianca gli elementi superstiti della difesa. In altre parole: dopo un prolungato tiro di distruzione dell'ostacolo passivo, l’artiglieria rovesciava un diluvio di proietti sulle trincee nemiche e la fanteria, dopo essersi spostata più o meno al coperto nelle trincee di raccolta, ne balzava fuori non appena il tiro della propria artiglieria fosse stato allungato ed avanzava ad ondate serrate - un passo di intervallo tra uomo e uomo - seguentisi a brevissima distanza, sino a raggiungere l'obiettivo assegnato. La divisione si schierava per linea, una brigata dietro l'altra, su di una fronte di 1.200 m, sulla quale si schieravano 6 compagnie del reggimento di testa della brigata avanzata, costituendo così la prima ondata; le altre unità della brigata avanzata seguivano, suddivise in ondate successive di 6 compagnie ciascuna, a 100 m di distanza l'una dall'altra; la la brigata arretrata seguiva a distanza variabile secondo i casi, con il compito di rincalzo di quella avanzata; le linee di tiratori procedevano ad un passo d’intervallo tra uomo e uomo ed a distanza di una decina di metri l'una dall'altra. Si trattava di un sistema basato sul peso fisico della massa e sugli effetti di una pressione meccanica unidirezionale e meramente frontale, senza possibilità di espansione “ che portava ineluttabilmente al frammischiamento delle unità e, conseguentemente, ne rendeva impossibile la comandabilità.
Durante la successiva avanzata nell'interno della sistemazione difensiva nemica, il collegamento tra fanteria e artiglieria diventava sempre più difficile e, quindi, veniva a cessare l'azione coordinata tra le due armi, sì che nel momento in cui la crisi raggiungeva il punto culminante, la fanteria non aveva altra risorsa che i propri mezzi e di essi, il fuoco, quello più efficace, in condizioni di impiego assai aleatorie” (75). Per ottenere brecce sufficienti all'entità delle masse che dovevano penetrare nel sistema difensivo e provocare la decisione della lotta si fece, inoltre, ricorso inizialmente all'ampliamento di estensione delle fronti di attacco e dalla compattezza dei dispositivi di penetrazione, densi nel senso della fronte ed in quello della profondità sia per il numero degli elementi costituitivi sia per la scarsa distanza intercedente fra gli elementi stessi.
Di fronte alle ecatombi delle fanterie le cui ondate successive dovevano accavallarsi l’una sull’altra - la seconda calpestando i morti della prima e così via - e muovere alla velocità di qualche metro al giorno si cercò di correre ai ripari affidando anche la penetrazione prevalentemente all'artiglieria e relegando la fanteria al compito quasi passivo dell'occupazione del terreno preventivamente liberato da ogni ostacolo attivo e passivo della difesa. Ma i procedimenti di lotta non differirono  sostanzialmente da quelli iniziali. La brigata si schierava per ala anziché per linea, ma la fanteria combatteva ancora ad ondate successive di tiratori in catena densa, quasi a contatto, e profondamente scaglionate; erano spariti i sostegni, ma il battaglione si  disponeva su 4 ondate, la compagnia su 2, la catena a 2 passi d’intervallo tra uomo e uomo; la prima ondata avanzava a sbalzi seguita dalla successiva a distanza di 100 m e così via, ma tutte le ondate continuavano in pratica a fondersi sulla prima. Il principio, che l'artiglieria conquista la fanteria mantiene condusse gradualmente ad azioni di preparazione sempre più lunghe e metodiche, a scindere l'azione generale in una serie di successivi attacchi parziali cadenzati nel tempo, intervallati da soste più o meno prolungate per riconoscere le resistenze avversarie e distruggerle preventivamente con il fuoco, a restringere le fronti di attacco tra i 2.500 m (esercito francese) e 1.200 m (esercito tedesco), alla rinunzia ai principi della sorpresa, dell'inganno e della continuità dello sforzo dando tempo al difensore di correre alla parata e di annullare i vantaggi iniziali dell'attacco. Nel 1915: la preparazione dell'artiglieria durò 4 ore nella battaglia dell'Artois (maggio); 24 ore in quella di Gorlice (maggio) e 75 ore in quella dello Champagne; nella 1^ e nella 2^ battaglia dell'Isonzo la preparazione di artiglieria fu assai breve, ma con il risultato che i reticolati nemici rimasero intatti e la fanteria attaccante vi rimase aggrappata con le pinze tagliafili nelle mani. Nel 1916: nella battaglia di Verdun del 21 febbraio i tedeschi protrassero il fuoco di preparazione per 9 ore e mezza; in quella della Somme del luglio i franco-britannici fecero durare la preparazione poco meno di una settimana ed in quella di Verdun 4 giorni e mezzo; in quella del Trentino gli austro-ungarici 24 ore, mentre gli italiani prepararono la 4^ battaglia dell'Isonzo con un fuoco di artiglieria durato 8 ore. Nel 1917 a Messines (luglio) gli inglesi schierarono 2.400 bocche di fuoco su 16 km; a Verdun (20- 26 agosto) i francesi batterono una fronte di 17 km per 7 giorni con 2.332 pezzi consumando 3 milioni di proietti da 75 e 1 milione di proiettili di calibro maggiore, mentre a Malmaison l'artiglieria francese, forte di 624 pezzi da 75, di 986 pezzi pesanti e di oltre 270 bocche da fuoco di trincea, sparò per 6 giorni e 6 notti su di una profondità di soli 800 m; nel.’11^ battaglia dell'Isonzo il tiro di preparazione si iniziò alle 14 del giorno 17 agosto contro i gangli vitali della difesa, continuò per tutta la notte successiva e dalle 6,30 del giorno 18 fino alle prime ore del giorno 19, e vi presero parte tutte le artiglierie schierate dall'Idria al Timavo. Malgrado ciò i risultati furono tutt'altro che incoraggianti. Nonostante che fosse stata diminuita la densità della catena di fanteria aumentando a 4- 5 passi gli intervalli tra i tiratori, e la fanteria fosse stata gradatamente dotata in misura maggiore di bombe a mano, di lanciafiamme e di batterie leggere di accompagnamento, prevalse per quasi tutto il 1917 il concetto di arrestare la fanteria al limite della zona di battuta dall'artiglieria, e cioè prevalse la tattica degli obiettivi limitati e vicini, la cui conquista andava ogni volta preparata da una potente azione dell'artiglieria. La tattica dell’attacco intermittente - penetrazione per successivi obiettivi, con il progressivo metodico spostamento in avanti del fuoco, mediante combattimenti intervallati da pause di sospensione - prima in parte abbandonata, poi nuovamente accettata, confermò di nuovo che la soluzione del problema non stava né nell'assegnare all'artiglieria un ruolo primario anche nella fase di penetrazione, né nel restringere le fronti d’investimento e nell’aumentare la densità del fuoco (1 lanciabombe, 1 pezzo da campagna, 1 pesante ogni 30- 20 m) con il lancio di 900 kg di proietti per ogni metro quadrato, ma piuttosto nell’ideare mezzi nuovi e procedimenti diversi che ubbidissero, in ogni caso, ai precetti della sorpresa, dell'inganno e dell'economia e delle forze, inteso questo ultimo soprattutto come risparmio di vite umane e di materiali. I tedeschi, in verità, creatori della tattica dell'attacco intermittente, avevano in precedenza, fin dal 22 aprile 1915, esperimentato un mezzo diverso di neutralizzazione delle difese attive mediante l'impiego dei gas ad Ypres, ed erano riusciti in meno di 2 ore ad aprire una breccia di oltre 6 km di profondità eliminando dalla lotta 2 intere divisioni francesi; non da meno erano stati gli inglesi più di un anno dopo, quando il 15 settembre 1916 impiegarono per la prima volta, nella battaglia della Somma, il carro armato. I gas inflissero ai difensori dal 22 aprile al 1 maggio perdite doppie di quelle subite dagli attaccanti, ma i tedeschi non furono pronti a sfruttare gli effetti sicché, superata la sorpresa iniziale, una volta entrati nell’ impiego normale, i gas non furono più mezzo idoneo a rompere l'equilibrio statico tra offesa e difesa, sia per le limitazioni alle quali erano soggetti, sia per le contromisure che vennero adottate da entrambe le parti, sia perché ben presto disponibili presso entrambi gli opposti schieramenti; essi tuttavia consentirono la riduzione della durata dei tempi di neutralizzazione delle difese attive. (Da Filippo Stefani, Storia della Dottrina e degli Ordinamenti dell'Esercito Italiano) continua con post in data 10 maggio 2020 

martedì 10 marzo 2020

La Tattica nella Grande Guerra 6


Meno lineare, soggetta a ritorni involutivi, non risolutiva del problema, l'evoluzione della dottrina tattica offensiva, che vagò a lungo alla ricerca della formula idonea a rompere l'equilibrio statico nei riguardi della difesa e che non seppe comporla nei giusti termini, o quanto meno non percepì l’esatto valore, neppure quando ebbe a disposizione il mezzo - il carro armato - per farlo. Il fallimento delle dottrine offensive in vigore all'inizio del conflitto aveva colto di sorpresa tutti gli eserciti, compreso il tedesco che pure disponeva di un’artiglieria superiore per quantità e per qualità e soprattutto di obici pesanti meglio idonei a distruggere l'ostacolo passivo e gli elementi fortificati. L'errore era stato di dare l'avvio ad una guerra di tipo ossidionale con i mezzi di una guerra di movimento. Il successivo aumento delle dotazioni di pezzi pesanti e di medio calibro, in particolare degli obici e dei mortai, e l'intervento delle armi di trincea a tiro curvo giunsero in ritardo, quando cioè la difesa aveva avuto il tempo di crescere in profondità ed in robustezza e di moltiplicare il numero degli obiettivi duri. La lotta tra l'attacco e la difesa divenne impari: questa disponeva di spade e di scudo, l'attacco solo di lancia, che lunga che fosse finì quasi sempre per spezzarsi senza forare lo scudo o, quando vi riuscì non ebbe lo scatto e la distensione necessari per l’affondo, che venne sempre parato o schivato, magari, come sul fronte orientale, con un lungo salto all'indietro senza perdere peraltro il controllo dell'arma.
(Da Filippo Stefani, Storia della Dottrina e degli ordinamenti dell'Esercito Italiano) continua con post in data 10 aprile 2020

lunedì 10 febbraio 2020

La Tattica nella Grande Guerra 5

. A parte i numerosi altri interventi durati fino a quasi al termine della guerra da parte del Comando Supremo in materia di azione difensiva (73), il viatico, se così si può dire, con il quale l'esercito italiano vinse la battaglia del giugno 1918 furono le Norme per l'azione difensiva (74) emanate dal generale Diaz alla fine del mese di marzo, nelle quali egli assunse sinteticamente i criteri essenziali della preparazione e della condotta dell’azione difensiva insistendo, in particolare:  sullo studio e la preparazione del terreno, sulla raccolta e sfruttamento delle notizie sul nemico, sullo scaglionamento in profondità delle truppe dei mezzi, sui modi di svolgimento dell'azione e sulla preparazione materiale e morale che le truppe devono ricevere prima di essere condotti a sostenere l'assalto nemico. Egli, tra l'altro, scrisse “ L'attacco nemico deve essere infranto col fuoco (di contropreparazione e di sbarramento) e col movimento (contrattacchi)”...” tutto dunque posa sull'osservazione del momento in cui il nemico irrompe all'attacco e sulla immediata segnalazione alla fanteria, all'artiglieria, ai comandi. Agli osservatori terrestri occorre perciò accopiare l'azione degli osservatori aerei e cioè degli aerostati e degli aeroplani; specialmente di questi ultimi che, oltrepassando la zona ricoperta dal fumo delle esplosioni, possono vedere i movimenti dei rincalzi e delle riserve nemiche, dedurre il momento dell'attacco e segnalarlo rapidamente con segnali convenuti”....” Si dia perciò larghissimo impulso all'addestramento... e di pari passo con l’addestramento pratico di guerra proceda la preparazione morale instillando al soldato la convinzione che la tenace resistenza dei ripari e degli uomini singoli infrange la più violenta azione di attacco, e che il contrattacco permette di completare il successo ”... “ si ricordi che l'ascendente sui soldati - il cui frutto si coglie nei momenti culminanti della lotta - si acquista: col curarne il benessere, col sostenere alto lo spirito con l'esempio e con la parola, coll’esigere la diligente esecuzione degli ordini in ogni evento, con l’ispirare la fiducia nelle proprie forze rispetto a quanto il nemico può tentare”.
Dall'inizio alla fine della guerra sicuramente sia il generale Cadorna sia il generale Diaz seguirono passo passo, in base alla propria ed all’altrui esperienza, le idee ed i metodi applicativi che segnarono nel campo operativo l'evoluzione della dottrina tattica difensiva, adattando le une e gli altri alle particolarità delle situazioni e degli ambienti naturali propri dell'esercito italiano con intelligenza e con perizia, oltreché con passione e con fede. Vi fu, è vero, una costante quasi sudditanza al pensiero degli altri, ma essa fu comune ai capi degli altri eserciti dell'Intesa, non meno soggetti, a loro volta, alle ispirazioni dello stato maggiore tedesco che, in materia di azione difensiva, fu il vero ineguagliato maestro di tutti

(da Filippo Stefani, Storia della Dottrina e degli Ordinamenti dell'Esercito Italiano)  Continua con post in data 3 marzo 2020

lunedì 20 gennaio 2020

La Dichirazione di Guerra alla Austria-Ungheria 23 maggio 1915



Riproduzione del telegramma di Sydney Sonnino all'Ambasciatore Avarna a Vienna per la dichiarazione di guerra del 23 maggio 1015 ed istruzioni

venerdì 10 gennaio 2020

La Tattica nella Grande Guerra 4

Il trasferimento della lotta dall'isonzo al Piave - dopo una ritirata che nulla ebbe della manovra strategica nonostante gli epici fatti d'arme di talune unità destinate a proteggerla - rese necessario dare risalto a taluni, piuttosto che ad altri, criteri organizzativi, ed a talune modalità esecutive particolari in relazione alla diversità morfologica del terreno di impiego. La difesa dovette appoggiarsi a posizioni meno intrinsecamente robuste e prive di profondità operativamente utilizzabile. La presenza di grandi unità francesi ed inglesi, inoltre, pose l'esigenza di cercare di uniformare il più possibile l'organizzazione e la condotta del combattimento ad un unico modello che, oltre tutto, in quel momento veniva evolvendosi verso la linea tracciata dai tedeschi. Il generale Diaz, dopo taluni interventi (65) diretti a migliorare il tono morale e disciplinare rimasto scosso dagli avvenimenti, si preoccupò in primo luogo di correggere la tendenza esagerata, ereditata dalle precedenti posizioni difensive, dell'artiglieria innanzi e del non scaglionamento delle fanterie in profondità, per cui richiamò l'attenzione sul giusto impiego e sfruttamento del tiro di artiglieria delle mitragliatrici (66), sullo scaglionamento delle artiglierie in ragione della gittata e della mobilità e sul maggiore ricorso alle batterie da campagna e da montagna contro un nemico non ancora molto fortificato (67), sulla necessità di non addensare le fanterie in prima linea ma di distribuirle in modo da diminuire il numero delle perdite, da favorire gli spostamenti resi necessari dall'andamento delle azioni, da disporre di rincalzi e di riserve parziali e generali per alimentare l'azione e  contrattaccare al momento opportuno (68). Una circolare di particolare rilievo (69) ebbe per oggetto i criteri, oramai accettati da tutti gli eserciti, circa l'impiego dei reticolati ( profondi, di massima su 3 fasce, con tracciato irregolare, con profondità di ciascuna fascia da 8 a 14 passi, non troppo alti né troppo bassi e cioè da 80 a 100 cm, stabili e bene ancorati, con inserite delle reti metalliche sulle quali il tiro ha poca presa, ecc.) e circa gli altri ostacoli da utilizzare a complemento dei reticolati normali come inciampi ed ostacoli di vario genere (lacci giapponesi,fili tesi in basso, grovigli di corda spinosa variamente disposti e vincolati al suolo, ecc.) dissimulati con arte, ben postati ed efficacemente fiancheggiati dal fuoco di elementi difensivi comuni. Con 2 note del gennaio 1918 (70), il generale Diaz, “ perché l'esperienza degli alleati sia messa a contributo per il perfezionamento dei nostri metodi tattici e tecnici” , diramò i criteri riguardanti l'organizzazione del terreno, sanciti dai comandi superiori delle forze francesi ed inglesi operanti in Italia, con l'invito a trarne ed applicarne tutti gli insegnamenti possibili con gli adattamenti “ imposti dalla nostra organizzazione un po' diversa e dai nostri minori mezzi per quanto riguarda l'artiglieria”. Sull'impiego delle mitragliatrici nella difensiva (71) e sulle difese campali in genere (72) il Comando Supremo richiamò nuovamente l'attenzione delle grandi unità, corredando i principi generali e i dettagli con 34 tavole illustrative di schizzi di trincee per tiratori, di camminamenti, di corridoi, di rivestimenti in sacchi a terra, di tipi di pozzo, di appostamenti per mitragliatrici, di tracciati per caposaldo, di caposaldi a croce, di ripari, di ricoveri a prova di scheggia, di ancoraggi, di posti per tiratori scelti, di blindamenti, ecc. Dal dicembre del 1917 in avanti la difesa venne gradualmente sempre più ispirandosi ai criteri di impiegare il minimo possibile di truppe nella prima linea,  di facilitare i contrattacchi locali, e di limitare qualunque eventuale sfondamento della prima linea ad un successo puramente locale. Da ciò l'adozione di tre articolazioni della posizione difensiva:  sistema detto avanzato oppure degli avamposti, costituito di piccoli posti di difesa oppure di brevi tratti di trincea capaci di resistere a piccole incursioni di sorpresa, con i ricoveri atti a dare protezione contro le schegge; sistema di resistenza principale con il compito di resistenza ad oltranza, sì da permettere alle truppe contrattaccanti di avere il tempo necessario per lo sviluppo della loro azione e sì da consentire l'alimentazione del contrattacco stesso (sistema costituito da una serie di zone difensive appoggiantesi l'una all'altra, ciascuna presidiata da unità completa oppure da una serie di linee difensive); sistema difensivo restante, da occupare con le truppe di riserva in caso di sfondamento, organizzato con gli stessi criteri del sistema principale, anche se sommariamente costruito a distanza tale della difesa principale da rendere necessario lo spostamento delle artiglierie avversarie dalle posizioni dalle quali battono la zona di resistenza principale. (Da Filippo Stefani, Storia della Dotrina e degli ordinamenti dell'Esercito Italiano). Continua con post in data 10 febbraio 2010 

venerdì 20 dicembre 2019

I distintivi da berretto austro ungarici 3


I Distintivi da berretto austroungarici. Artiglieria da Campagna . Utilizzata anche l'immagine di Santa Barbara protrettrice anche degli Artiglieri. (post precedenti in data 20 novembre e 20 ottobre 2019)

martedì 10 dicembre 2019

La Tattica nella Grande Guerra 3


“ L'opera degli organi tecnici subentra e si svolge colla voluta iniziativa solo dopo che il problema tattico sia stato pienamente risolto e per tradurre in atto la soluzione”. Sempre in aprile il generale Cadorna si sentì obbligato ad insistere sull'abbandono delle posizioni di nessuna reale utilità e tatticamente infelici, vale a dire in condizioni tali da non poter presentare una efficace resistenza ad un attacco nemico (62), perché episodi recenti nei settori della 3^ e della 4^ armata ed in quello del corpo di Gorizia gli avevano confermato la inosservanza delle direttive da lui impartite in materia. Sui criteri generali per l'azione difensiva in montagna (63), volle scrivere una apposita circolare perché fosse chiaro che: i caposaldi dovessero essere investiti sulle posizioni più elevate e le cortine lungo i fianchi delle valli saldamente appoggiate ai caposaldi stessi; le caverne esistenti dovessero essere considerate come le naturali  posizioni delle armi e i naturali ricoveri del personale; i reticolati dovessero avere profondità e complessità minori di quelli schierati su altre fronti e dovessero essere ben occultati negli avvallamenti e nelle depressioni del terreno (reticolato basso 70 cm, a larghe maglie) e costituiti o completati con accidenti topografici e con frane. Inviati i comandanti a “ reagire severamente contro la tendenza, da me più volte osservata e condannata, a subordinare la scelta del terreno, su cui far sorgere le difese, non più al giudizio tattico, ma all la possibilità tecnica di tradurre in alto un disegno costruttivo preconcetto”, il generale Cadorna si intrattenne su tutte le particolarità della montagna e sui riflessi che esse hanno, oltre che sui caposaldi, sulle cortine e sui fiancheggiamenti, sulla neutralizzazione degli angoli morti, sul ricorso alle sistemazioni in contropendenza quando le creste sottili non consentano profondità alla difesa, sul ricorso agli elementi traditori (mitragliatrici dissimulate nelle pieghe del terreno) che in montagna hanno una funzione preziosissima, sui collegamenti fra gli osservatori ed i posti di comando, sui ripari contro il bombardamento (caverne a più sbocchi, pareti di roccia quasi verticali). Le ultime direttive di rilievo impartite dal generale Cadorna sull'azione difensiva furono quelle contenute nella circolare Ammaestramenti tattici (64) del luglio 1917 nella quale ebbe a confermare che: gli attacchi nemici devono essere soffocati fin dal loro nascere; se il tiro di sbarramento è fulmineo, qualsiasi attacco deve fallire; “ anche se le prime ondate dell'attacco del nemico dovessero, per eccezionali circostanze, raggiungere la prima linea, l'attacco deve essere egualmente soffocato, isolando al tiro di sbarramento le ondate successive, il che consentirà di sopraffare le più avanzate con immediato contrattacco”; il contrattacco per poter riuscire immediato deve essere minutamente predisposto e deve essere sferrato con ripari agili, decisivi, aventi sicura conoscenza del terreno; gli sbocchi delle caverne devono essere facili, multipli e difesi da mitragliatrici e “qualora, per imprevedibili ragioni, il nemico avesse a raggiungere una nostra caverna prima che le truppe ne siano interamente sboccate, i rimasti devono difendersi fino all'estremo giacché lasciarsi catturare senza resistenza entro le caverne equivale a volontario passaggio al nemico; ed infine concludeva che “ l'eventuale perdita di un tratto di linea non deve assolutamente indurre allo sgombero dei tratti contigui e tanto meno dell'intera linea” perché gli effetti dell’irruzione dovevano restare circoscritti al tratto di fronte perduto e l'irruzione stessa doveva essere arginata, con calma e fermezza, mediante l'occupazione dei camminamenti attivi.
(Da. Filippo Stefani, Storia della Dottrina e degli ordinamenti dell'Esercito Italiano) Continua con post in data 10 gennaio 2020

mercoledì 20 novembre 2019

domenica 10 novembre 2019

La Tattica nella Grande Guerra 2

Sulla fronte italiana, fino a quasi tutto il 1917, la concezione, l'organizzazione e la condotta della difesa restarono aderenti alle istruzioni emanate dal generale Cadorna nell'aprile e nel luglio del 1916, senza modificare la sostanza concettuale delle istruzioni fondamentali, ne aggiornarono e perfezionarono i contenuti a mano a mano che la constatazione dei fatti veniva suggerendo la necessità di insistere su determinati argomenti, di darne interpretazioni più esatte, d’introdurre innovazioni organizzative e tecniche derivanti dalla propria ed altrui esperienza (54) con particolare riferimento alla difesa antiaerea (55), alla difesa dei gas (56), al mascheramento delle opere campali, dei magazzini e dei depositi (57) ed all'impiego e all'addestramento delle specialità della fanteria e dei reparti di assalto (58). Frequenti furono durante il 1917 i ritorni del generale Cadorna anche sui criteri tattici e tecnici dell'azione difensiva. In gennaio, ribadita la necessità assoluta di assicurare il fiancheggiamento delle trincee, tracciandole a successivi salienti e rientranti e non mai a lunghi tratti rettilinei (59), si soffermò a lungo sul concetto della “ sistemazione in profondità di diverse successive posizioni a distanze variabili fra l'una e l'altra, subordinatamente alle peculiari caratteristiche del terreno, ma di massima, quando è possibile, dai 2 ai 3 km circa, ed anche più” e sul concetto della “ costituzione di ogni posizione a caposaldi, sistemata, compresi i caposaldi stessi, a linee successive, riunite da numerosi camminamenti in parte attivi e muniti, nei punti convenienti e singolari, di organi di fiancheggiamento per uno sviluppo di intenso fuoco su compartimenti della sistemazione”. In marzo una nuova circolare sull'azione difensiva (60) confermò che, “ non consentendo la qualità di artiglieria e di mezzi aerei di cui disponiamo di effettuare un fuoco di controbatteria così nutrito ed efficace che valga ridurre al silenzio le artiglierie avversarie “, era giocoforza far convergere il tiro del maggior numero possibile di batterie sulle fanterie pronte all'attacco in modo da soffocarlo prima ancora che si pronunzi. La stessa circolare, inoltre, sottolineò nuovamente la necessità: dello scaglionamento delle mitragliatrici; del costituzione di centri di resistenza lateralmente o immediatamente dietro ai tratti sui quali il nemico avesse ottenuto con il fuoco di preparazione i maggiori effetti di distruzione; della creazione, nelle trincee avanzate, di facili sbocchi di uscita in modo che esse non abbiano a rappresentare pericolosa insidia per i difensori che le occupano; del mantenimento nelle trincee avanzate sottoposte al tiro di distruzione di pochi uomini scelti, appostati in nicchie, ben inquadrati e costantemente sorvegliati da cambiare frequentemente e prima che il fuoco avversario ne abbia fiaccata ogni energia. La circolare concludeva: “ Da tutto ciò emerge come nella difensiva -  oltre alla ferma volontà di non cedere nessun palmo di terreno - si richieda conveniente organizzazione delle posizioni, giudiziosa distribuzione delle forze e perfetto collegamento fra batteria ed artiglieria;  ma sopra tutto, opera vigile, assidua ed intelligente dei capi, i quali non debbono subire la volontà dell'avversario; bensì, come nel combattimento offensivo, guidare l'azione”. Nell'aprile il generale Cadorna, con breve nota, tornò a ribadire che l’essenza del problema difensivo è essenzialmente di carattere tattico (61) per cui la scelta delle linee, gli tracciamento delle difese, la scelta delle posizioni per artiglieria, la determinazione dei fiancheggiamenti “ rappresentano una serie di problemi tattici, il cui fattore essenziale è l'impiego delle truppe e delle artiglierie in relazione al terreno ed il cui esame è perciò di stretta competenza del comandante delle truppe”. (Da Filippo Stefani, Stroia della Dottrina e degli Ordinamenti dell'Esercito Italiano) continua con post in data 10 dicembre 2019.