lunedì 21 settembre 2020

Cartoline delle brigate della Grande Guerra

 LUIGI AMEDEO de BIASE 

 

LE CARTOLINE DELLE BRIGATE E DEI REGGIMENTI DI FANTERIA 

NELLA GUERRA DEL 1915-1918

 

 Roma Ministero della Difesa, Stato Maggiore dell'Esercito, Ufficio Storico, 1993







Il Volume qui segnalato riporta al completo tutte le cartoline edite, in numero vario da due a quattro di tutti i reggimenti che presero parte alla Grande Guerra

 raggruppati per Brigate.

 Si ha quindi per elencazione ordinativa tutte le Brigate già esistenti e che furono costituite durante la guerra.

 L'iconografia è estremamente significativa dando informazioni particolareggiate sui singoli reggimenti e la loro storia. Come noto il nome geografico del Reggimento o della Brigata non coincideva con la città di stanza dei reggimenti. Questo per amalgamare sempre più il personale. Infatti i Distretti di alimentazione dei reggimenti stessi erano in numero di dieci, con base quello di cui il reggimento portava il nome

 Esempio Il 93° Reggimento Messina portava il nome della città siciliana, era di stanza ad Ancona. I distretti di alimentazione erano di base quello di Messina ma gli altri nove, per un gettito della leva del 10% ciascuno, erano di tutte le regioni d'Italia

 Un sistema questo scaturito dalle riforme del 1871-1873 volute, all'indomani della Presa di Roma dal generale Ricotti Magnani, il vero ordinatore del Regio Esercito Italiano


martedì 15 settembre 2020

Caduti della Grande Guerra. Ricerche

 

Antonio Giaccaglia classe 1891  morto il 18 giugno 1918 a Fagarè Battaglia del Solstizio. 

Si cercano informazioni sullo stemma posto nel casco coloniale e la identificazione dell'arma o servizio di appartenenza



giovedì 10 settembre 2020

Tesi di Laurea. La 35a divisione in Albania

Il Dott. Michele Campanale ha discusso nella sessione di laurea invernale del Master di 1° Livello in Storia Militare Contemporanea 1796 -1960 presso la Università degli Studi N. Cusano Telematica Roma la tesi qui presentata. La tesi stessa può essere consultata presso la Emeroteca del CESVAM (www.cesvam.org) Istituto del Nastro Azzurro, Roma, Piazza Galeno previa autorizzazione dell'Autore

sabato 5 settembre 2020

Caduti nella Grande Guerra

Ricerca Ulteriore di notizie su Giaccaglia Antonio, classe 1891 Brigata Macerata 121° Reggimento Fanteria Caduto a Fagarè il 18 giugno 1918

FOGLIO MATRICOLARE DI

Nome…Antonio………………….Cognome…Giaccaglia….;

Anno di nascita  1891

Numero di Matricola… 2062

Figlio di… Serafino

E di       Principi Laura Teresa

Nato il  15 gennaio 1891……………………………..ad  Falconara Marittima (AN).

Mandamento di…Ancona                                      Distretto Militare di …Ancona……

Statura metri…1,57                         Colorito……bruno

Capelli: colore…castani…………………forma: lisci

Occhi .   grigi                 Dentatura…sana………………………Segni particolari  nn

Arte o professione…muratore

Se sa: leggere  si………scrivere   si.

N…222………………d’estrazione nella leva dell’anno 1891

Comune di  Ancona………………..Mandamento di Ancona…….Circondario di  Ancona

Dati militari

Soldato di leva 2a Categoria classe 1891 Distretto Militare di Ancona e lasciato in congedo illimitato in data 4 maggio 1911.

Rinviato alla successiva chiamata per “disagio economico”. Il 20 giugno 1912

Chiamato alle armi e giunto il 20 luglio 1913

Tale nel 93° Reggimento fanteria il 21 luglio 1913

Tale nel deposito in Ancona del Reggimento Fanteria  e mandato in congedo illimitato il 20 dicembre 1913. Concessa la dichiarazione di aver tenuto buona condotta e di aver servito con fedeltà ed onore.

(alla data dell’8 gennaio 1914 il foglio matricolare viene “parificato” in Ancona in data 3 gennaio 1914 e firmato (firma illeggibile) dall’Ufficiale alla Matricola del Distretto Militare di Ancona

 

.Segue Foglio Matricolare di Antonio Giaccaglia.

Chiamato alle armi per mobilitazione con Reale Decreto del 22 maggio 1915 (circolare 370 dello Stato Maggiore) giunto (?? 121 Reggimento Fanteria) il 24 maggio 1915

Giunto in territorio dichiarato in stato di guerra. 24 maggio 1915

Morto in combattimento a Fagarè, come da atti di morte inscritto al n 1044 del Registro degli atti di morte del 121° Reggimento fanteria 20 giugno 1918

Medaglia commemorativa della Guerra 1915 -1918 con decreto Reale n. 1241 con …… sul nastro la Campagna 1915, campagna 1916, campagna 1917

Concessa alla memoria la Medaglia interalleata della vittoria …. Con decreto 16 dicembre 1920con brevetto n. 2088

Parificato in data 14 luglio 1921

.

Note di ricerca.

La sua classe di leva, quella del 1891, fu chiamata nel 1911 e Antonio si è presentato al Distretto Militare di Ancona per la visita prevista e l’arrolamento. E’ sto inserito nella 2a Categoria della Leva ma rinviato alla successiva chiamata di leva per “disagio economico” ovvero le condizioni della famiglia erano tali che necessitava la sua presenza. Infatti era contadino e le sue braccia servivano a casa più che alla Patria. Non fece quindi la campagna di Libia e per un anno rimase a casa. Fu di nuovo chiamato alle armi nel 1913 e rimase in divisa per sei mesi dal luglio al dicembre 1913, e fu mandato in congedo illimitato provvisorio con l’attestato di aver tenuto buona condotta e prestato il servizio con fedeltà e onore. Per L’Esercito Antonio ormai aveva avuto la sua istruzione militare e quindi tutto era in ordine, tanto che il suo foglio matricolare fu Parificato come attesta l’apposito timbro posto in data 3 gennaio 1914 con tanto di firma dell’Ufficiale alla Matricola del Distretto co, come d’uso, ha posto una firma illeggibile.

Note pe ril 93° Fanteria      Brigata Messina

Note per la Brigata Macerata

Note per il Combattimento di Fagarè  durante la Battaglia del Solstizio, Terzo Giorno 18 giugno 1918

domenica 30 agosto 2020

La Tattica nella Grande Guerra 13

), il Comando Supremo offrì un quadro completo dell' offensiva di primavera sulla fronte giulia, delle operazioni minori sulla fronte tridentina e degli avvenimenti sulle fronti albanese e macedone: un riassunto di tutta l'attività bellica svolta dall'esercito Italiano durante l'inverno e la primavera, mirante a dare rilievo più che ai fatti, ai motivi che ne avevano determinato gli esiti ora più ora meno favorevoli. Un modo particolare per indicare le carenze da eliminare e gli errori da evitare. Il documento di grande rilievo - l'ultimo che trattò anche dell'azione offensiva - fu la circolare del luglio del 1917 all'oggetto Ammaestramenti tattici (96) nella quale vennero particolarmente riesaminati la tecnica d’impiego delle ondate d'attacco, il concorso dell'artiglieria durante i possibili arresti dell'avanzata, la protezione delle truppe sulle posizioni raggiunte e l'impiego offensivo delle mitragliatrici: le ondate debbono essere rade perché, se dense, non procedono rapide, né di conserva, “ lasciano nei passaggi difficili dei ritardatari, che producono scompiglio e arrestano le ondate successive”, la prima ondata deve partire “ da brevissima distanza rispetto alla trincea nemica e seguire fulmineamente l'allungamento del tiro di artiglieria”, anzi precederlo qualora la linea di partenza dovesse forzatamente risultare a notevole distanza; la prima ondata “ deve funzionare come riparto d'assalto, e perciò deve essere composta con uomini ed ufficiali di sicuro ardimento”; le ondate successive devono essere tenute a brevissima distanza dalla prima, possibilmente in caverne d'attacco “ collegate con le parallele di partenza mediante camminamenti molto numerosiin modo che l'avvicinamento delle successive ondate possa procedere rapido, senza ingorghi, e con perdite limitate; l'arresto di un'ondata non deve assolutamente fermare le successive perché lo scopo da raggiungere è di portare sulla posizione nemica il massimo di forze nel più breve tempo; le ondate successive devono perciò passare oltre e trascinare l'ondata ritardataria. Da queste e dalle altre prescrizioni della circolare non emergono innovazioni sostanziali sul modo di intendere l'azione offensiva rispetto alla concezione del precedente periodo bellico e l’11^ battaglia dell'Isonzo non presentò, infatti, una fisionomia diversa da quelle che l'avevano preceduta in quanto - fatta eccezione per lo schieramento ed il raggruppamento tattico delle artiglierie, rispondente a criteri e modalità innovatori stabiliti da una circolare del Comando generale d’artiglieria del Comando Supremo approvata dal generale Cadorna ((97), e diramata anch'essa il 9 luglio - le poche innovazioni e le modifiche apportate alla regolamentazione vigente non si discostano granché dai paradigmi e dagli schemi divenuti usuali nel 1916. D'altra parte, come abbiamo avuto modo di ricordare, la vera e propria rivoluzione della tattica offensiva era ancora lontana dal verificarsi e solo nella 12^ battaglia dell'Isonzo le 8 divisioni austro-ungariche e le 7 divisioni tedesche che attaccarono da Tolmino ne anticiparono il primo convincente saggio.
Dopo Caporetto il generale Diaz dové necessariamente preoccuparsi essenzialmente del problema morale e di quello della difesa, il che fece con i numerosi interventi già ricordati (98). Circa l'azione offensiva si limitò a far conoscere il commento dello stato maggiore britannico a 2 documenti tedeschi concernenti la nuova tattica offensiva conforme a quella anticipata a Caporetto ed effettivamente seguita nella battaglia di Francia (99), e ad impartire brevi istruzioni per i colpi di mano (100), per le piccole operazioni offensive (101) e per il passaggio dei corsi d'acqua (102). La divulgazione dei metodi tattici offensivi del nemico e delle esperienze della battaglia difensiva del giugno sul Piave (103) valse, quanto meno indirettamente, ad orientare l'esercito sul nuovo modo di impostare, organizzare e sviluppare l'azione offensiva in genere e l'attacco in particolare: attacco rapido e violento contro obiettivi lontani, diretto contro i punti deboli, sostenuto dall'appoggio mobile dell'artiglieria nella prima fase, concretantesi in un primo assalto di fanterie scelte; penetrazione della fanteria nella seconda fase principalmente con i propri mezzi, senza logoramenti contro i punti di maggiore resistenza, ma insinuantesi nelle zone di facilitazione mediante manovre di avviluppamento; costante azione di comando ispirata in tutte le fasi alla concessione di larga iniziativa ai comandanti delle minori unità, resa ancor più necessaria dalle nuove formazioni in fila e dall'adozione dell'ordine sparso di combattimento dei gruppi e nuclei nei quali le varie unità organiche si articolano. Una tattica che, sebbene non fosse stata ancora sancita ufficialmente in appositi regolamenti, cominciò in pratica ad essere assimilata per imitazione, soprattutto nei riguardi dell'impiego dell'artiglieria che s’imperniò da allora: sulla breve durata della preparazione e sull'inizio improvviso e saltuario di essa; sul concentramento del tiro prevalentemente sulle prime linee avversarie; sulla prevalenza del tiro di appoggio rispetto a quello di distanza; sulla sostituzione di concentramenti successivi con il tiro sistematico di sbarramento. In conclusione, “ l'adattamento dell'azione di fuoco alle mutevoli situazioni che lo sviluppo della lotta presenta; donde l'efficacia e la continuità del concorso dell'artiglieria all'azione della fanteria con la conseguente continuità di sforzo e possibilità di sfruttamento tempestivo del successo conseguito” (Da Filippo Stefani, Storia della Dottrina e degli Ordinamenti dell'Esercito Italiano) .

giovedì 20 agosto 2020

La Tattica nella Grande Guerra 12

Negli anni successivi - 1917 e 1918 - sia il generale Cadorna sia il Generale Diaz moltiplicarono il numero dei loro interventi dottrinali mediante direttive specifiche per un determinato ciclo operativo (88) e circolari e note di carattere generale riferite ad argomenti tattici e tecnici riguardanti le innovazioni e le modifiche a mano a mano suggerite dall'esperienza e conseguenti da diversi metodi tattici utilizzati dai tedeschi e dagli austro-ungarici. I criteri ed i procedimenti di impiego ai quali vennero ispirate la 10^ (12 maggio-6 giugno 1917) e l’11^ (18 agosto-12 settembre) battaglia dell’Isonzo non furono molti diversi da quelli stabiliti dalle due istruzioni appena riassunte.Gli interventi riguardarono soprattutto l'azione difensiva e l'impiego delle nuove specialità (89), delle nuove armi e dei nuovi mezzi (90), mentre per l'azione offensiva consistettero più nel richiamare all'osservanza la regolamentazione in vigore che nel rinnovarla e modificarla. Prima della 10^ battaglia il generale Cadorna, nell'attesa della ristampa del fascicolo Criteri dell'artiglieria, anticipò i concetti ai quali si sarebbero ispirate le aggiunte e varianti che avrebbero figurato nella nuova edizione (91)  e che avrebbero avuto per oggetto principalmente la controbatteria, i tiri di distruzione, le dipendenze d’impiego delle unità di artiglieria e i tiri obliqui e d’infilata. Nell'aprile, con altra circolare, sottolineò la necessità di far concorrere alla distruzione dei reticolati anche l’artiglieria da campagna (92) mediante tiri di precisione da condurre sulla base dei dati raccolti dalle esperienze che egli stesso aveva fatto condurre nei mesi precedenti a Spilimbergo;  nel maggio (93), mentre era in corso la 10^ offensiva e prendendo spunto da questa, indicò una nuova disciplina di fuoco per i tiri di distruzione sottolineando la necessità di tendere alla rimozione completa del reticolato e di non limitarsi a battere il terreno soltanto là dove si intendeva irrompere, perché ciò equivaleva ad indicare al nemico dove avrebbe dovuto concentrare i suoi tiri di sbarramento; confermò la brevità della durata della preparazione esprimendo il concetto che quanto maggiore fosse l’ampiezza delle fronti di attacco - ed alle fronti vaste dobbiamo in massima tendere, per meglio assicurare il buon successo - tanto minore avrebbe dovuto essere la durata della preparazione per essere più vantaggiosa e ridurre la possibilità, da parte del nemico, di ricorrere a tempestivi spostamenti di forze; sancì la rinunzia, nell'azione di controbatteria, ai tiri di smonto e ribadì il ricorso a brevissime e concentratissime raffiche sulle batterie individuate e più moleste, raffiche iniziate con proietti ordinari e intercalate con proietti a liquidi speciali; insisté sull'azione di appoggio dell'artiglieria alla fanteria durante l'attacco, non sempre risultata fino ad allora efficace per deficienza o aleatorietà dei collegamenti; raccomandò di razionalizzare meglio i progetti di schieramento e di impiego del munizionamento tenendo conto delle condizioni reali del munizionamento esistente e del quantitativo dei pezzi in azione. Altri insegnamenti tratti dalla 10^ offensiva, divulgati dal generale Cadorna (94), furono: la necessità di rinunziare alle manovre complicate basate su combinazioni di attacchi parziali interdipendenti, su aggiramenti, ecc. perchè l’attacco per avere probabilità di riuscita deve essere ferrato violento e contemporaneo sull'intera fronte prescelta; la convenienza a restringere le fronti d’attacco delle grandi unità, specialmente quella della divisione per una migliore azione di comando e per evitare gli inserimenti azione durante (?) sempre più difficili e delicati; l'importanza della riserva di armata che deve essere molto forte per far fronte all'intenso logoramento delle truppe e che deve rimanere il più a lungo possibile in mano al comandante dell'armata ed impiegata, non addensando forze fresche a forze logore, ma soprattutto sostituendo queste con quelle”; la necessità della preparazione del terreno e caverne d'attacco, dei collegamenti e della sostituzione delle truppe logore non adatte a sferrare (Da Filippo Stefani, Storia della Dottrina e degli Ordinamenti dell'Esercito Italiano.) continua con post in data 30 agosto 2020 

lunedì 10 agosto 2020

La Tattica nella Grande Guerra 11


L'esecuzione dell'attacco deve essere condotta colla massima risolutezza e colla ferma volontà di conquistare le posizioni nemiche, a qualunque costo. Sono condizioni importantissime per la riuscita dell'azione: l'assegnazione di un compito ben definito ad ogni riparto, l'irruenza e la subitaneità dell'assalto alle prime trincee possibilmente senza un colpo di fucile, la simultaneità e la sorpresa dell'uscita di tutti gli uomini di ciascuna ondata della trincea con l'unità destinata a costituire l'ondata successiva, la successione delle ondate senza attendere che l’antistante richieda il soccorso della retrostante, il collegamento e la cooperazione tra i reparti, il non fermarsi nelle trincee avversarie, ma di superarle ed il riordinarsi al di là di esse, l'audacia nell'impiego delle mitragliatrici che debbono muovere con una delle prime ondate verso le ali della fronte d'attacco, la tempestività e l'adeguatezza delle riserve. Il mantenimento delle posizioni conquistate è spesso più difficile della stessa conquista: il terreno strappato all'avversario a prezzo di sangue, non si deve più vedere; retrocedendo si subiscono perdite maggiori che restando sul posto. A tale fine occorre: provvedere alla vigilanza specialmente sui fianchi, riordinare subito i reparti, accelerare l'arrivo di truppe fresche, ricavare o costruire al più presto ripari e difese accessorie, stabilire immediatamente i collegamenti, predisporre i reparti che debbono fronteggiare i contrattacchi nemici, provvedere al rifornimento delle munizioni ed agli sgomberi, impiegare l'artiglieria per i ritiri di interdizione sulla zona dalla quale muovevano i contrattacchi nemici o di controbatteria sulle artiglierie che cercano di rendere intenibile la linea raggiunta. La forza e la formazione delle ondate vanno stabilite in relazione al terreno, alla fortificazione nemica, alla larghezza delle brecce aperte ed alla situazione particolare dell'avversario. Un reggimento può formare due linee (2  battaglioni, uno di fianco all'altro in 1^ linea, ed uno in 2^) oppure tre linee (un battaglione in 1^ linea, uno in rincalzo in 2^ linea, un battaglione in riserva in 3^ linea); i battaglioni di 2^ e 3^ linea vanno impiegati per rinvigorire l'azione della prima linea contro l'obiettivo a questa assegnato, oppure per proseguire l'attacco al di là di tale obiettivo, ovvero ancora per ricacciare i contrattacchi. Ciascuno dei battaglioni può formare, ad esempio, 4 andate: ciascuna di queste di 4 plotoni (1^ ondata: 2 plotoni della 1^ e 2 plotoni della 2^ compagnia: 2^ ondata: 2 plotoni della 1^ e 2 plotoni della 2^ compagnia; 3^ ondata: 2 plotoni della 3^ e 2 plotoni della 4^compagnia; 4^ ondata: 2 plotoni della 3^ e 2 plotoni della 4^ compagnia). La compagnia che ha 2 plotoni nella 1^ e 2 nella 2^ ondata assume una fronte da 100 a 150 m; il battaglione che ha due compagnie ripartite fra le prime due ondate e 2 compagnie in rincalzo ha una fronte da 200 a 300 m, se ha tre compagnie ripartite fra le prime 2 ondate ed una compagnia in rincalzo può assumere una fronte da 300 a 450 m (densità di un uomo per metro o di due uomini su 3 m). Le formazioni da adottare sono quelle che evitano l’affollamento delle truppe contro gli ostacoli, perciò, sempre che possibile, i reparti saranno distesi, altrimenti coi plotoni aperti di fianco. L'istruzione sull'impiego dell'artiglieria enuncia criteri e procedimenti d’impiego e dà ampio sviluppo ad argomenti di carattere quasi esclusivamente tecnico. Essa fissa per l'artiglieria - la cui funzione essenziale è immutabilmente quella di rimuovere gli ostacoli che si oppongono all'azione della fanteria - i seguenti compiti: acquistare il sopravvento sull’artiglieria avversaria, battere la fanteria avversaria nelle trincee, distruggere i reticolati e le altre difese accessorie, costituire a tergo e sul fianco delle linee avanzate nemiche una zona di assoluta interdizione, battere sistematicamente le zone ove l'avversario lavora, distruggere gli osservatori, contrastare con il fuoco il moltiplicarsi delle difese nemiche, battere gli appostamenti avversari per mitragliatrici e per bombarde, battere sistematicamente le principali comunicazioni del nemico. Ripartisce, poi, i compiti assegnando: alle artiglierie di grosso calibro la demolizione dei bersagli duri, il concorso con quelle di medio calibro alla controbatteria ed il bombardamento a grandi distanze di villaggi, accampamenti, ecc.; alle artiglierie di medio calibro, la controbatteria, la demolizione dei trinceramenti più arretrati  e di quelli particolarmente robusti di prima linea, la distruzione degli osservatori, dei depositi munizioni, dei manufatti, ecc., nonché l’interdizione delle retrovie ; alle artiglierie di piccolo calibro la immobilizzazione delle truppe nemiche a tergo delle trincee da attaccare, la distruzione degli osservatori vicini, la neutralizzazione dei contrattacchi; alle bombarde la distruzione dei reticolati e delle trincee da distanze molto brevi, la provocazione di effetti terrorizzanti di scoppio fra i difensori delle linee nemiche più ravvicinate. Dopo il discorso sui compiti dell'artiglieria nell'azione offensiva, la pubblicazione tratta importanti  argomenti già oggetto delle precedenti circolari, e in particolare: il concorso dell'arma nella preparazione e nello svolgimento dell'attacco e nel mantenimento delle posizioni conquistate, l'osservazione del tiro, l'esplorazione e la ricerca delle batterie avversarie, i tiri contro artiglierie e contro appostamenti per mitragliatrici nonché i tiri sulle retrovie ed i tiri di notte, i proiettili da impiegare ed il rifornimento delle munizioni, le postazioni delle batterie e i ripari, la dipendenza d’impiego delle unità di artiglieria. La pubblicazione Criteri di impiego d'artiglieria e le varie circolari che le fecero seguito (87), mentre da un lato seguirono di massima i criteri della dottrina francese e perfezionarono i provvedimenti tattici e tecnici dell'osservazione, dei collegamenti e della cooperazione interarma, dall'altra restarono lontane dagli eccessi concettuali e metodologici delle artiglierie degli altri eserciti, miranti a rendere sempre più lunga e potente la preparazione dell'attacco e ad imbrigliare le varie azioni di fuoco in schemi rigidi ed assoluti come quelli del barrage roulante e del ratissage (cortina e shrapnel fuori della zona del barrage). La ricerca di procedimenti più efficaci e soprattutto più celeri e più elastici per concentramenti di fuoco rapido e sicuro sopravanzò l'eccessivo metodismo dei tedeschi e degli stessi franco-britannici, che ebbe il sopravvento durante tutto il 1916 e la prima metà del 1917 sulla fronte occidentale.
(Da Filippo Stefani, Storia della Dottrina e degli Ordinamento dell'Esercito Italiano) continua con post in data 20 agosto 2020

giovedì 30 luglio 2020

Tesi di Laurea: La Battaglia di Flondar

Il Dott. Fabrizio Dassano ha discusso nella sessione di laurea invernale del Master di 1° Livello in Storia Militare Contemporanea 1796 -1960 presso la Università degli Studi N. Cusano Telematica Roma la tesi qui presentata. La tesi stessa può essere consultata presso la Emeroteca del CESVAM (www.cesvam.org) Istituto del Nastro Azzurro, Roma, Piazza Galeno previa autorizzazione dell'Autore

venerdì 10 luglio 2020

La Tattica nella Grande Guerra 10


L'anno 1916 segnò, anche per l'azione offensiva, la completa revisione dei criteri dei procedimenti d'impiego della fanteria e  dell'artiglieria, i quali trovarono la loro definizione principalmente nelle due già ricordate istruzioni emanate dal Generale Cadorna tra aprile e luglio - la prima riguardante Criteri di impiego d'artiglieria e la seconda Criteri di impiego della fanteria nella guerra di trincea (83)nelle quali raccolse le esperienze dei combattimenti precedenti e particolarmente quelle tratte della vittoriosa battaglia degli altopiani (84). Le due pubblicazioni precedettero la quarta battaglia dell'Isonzo (6-17 agosto) nella quale le innovazioni dottrinali ebbero il loro primo collaudo, il cui esito venne più ampiamente illustrato dal generale Cadorna in due interventi successivi, uno (85) subito dopo la 7^ battaglia dell'Isonzo (14-17 settembre) e l'altro (86) subito dopo l'8^  (10-12 ottobre) ed alla vigilia della 9^ (1-4 novembre). Questi lineamenti generali dell'azione offensiva sul piano tattico: scopo finale dell'attacco è la distruzione del nemico, mentre la conquista delle sue posizioni non è fine a se stessa, ma soltanto mezzo per costringerlo ad esporsi ai colpi della superiorità morale e materiale dell'attaccante; l'attacco è azione eminentemente violenta e risoluta, che va spinta a fondo senza esitazioni e titubanze; condizione essenziale per l'attacco è la sorpresa che si ottiene rifuggendo dai procedimenti stereotipati e ricorrendo anche lievi mutamenti dei modi di azione già altra volta adottati; l'attacco va condotto su vasta fronte al fine di rendere impossibili o quantomeno malagevoli gli intensi concentramenti dell'artiglieria avversaria sugli attaccanti e beninteso a condizione che l'attaccante abbia la disponibilità di mezzi per un'azione veramente vigorosa su tutto il tratto prescelto; l'attacco deve proporsi di sfondare una ad una le successive zone di difesa del nemico ed allo sfondamento di ogni zona deve corrispondere una unica azione delle truppe attaccanti da non mai arrestare di proposito alle prime trincee conquistate ma da proiettare verso le posizioni delle artiglierie nemiche; la fanteria è capace dei maggiori sforzi, ma si logora rapidamente, per cui occorre un grande scaglionamento in profondità in modo che essa possa alimentare per tempo la propria azione e sfruttare i successi; la costante, intima cooperazione tra fanteria ed artiglieria, in tutte le fasi dell'azione è più indispensabile che nel passato; l'attacco che nelle sue linee essenziali comprende la preparazione, l'esecuzione, il mantenimento delle posizioni, va minutamente concepito ed organizzato sulla base di accuratissime ricognizioni e predisposto secondo un progetto d'attacco completo in tutti i suoi particolari. La preparazione dell'attacco comprende: i lavori di approccio ( trincee d'approccio, ricoveri) e la preparazione immediata (azione improvvisa violentissima); la fanteria non sia lanciata all'attacco se il comando che ne dà l'ordine non abbia fatto accertare che i risultati ottenuti dal fuoco di preparazione siano sufficienti. La durata del tiro di preparazione dell'artiglieria deve consentire il raggiungimento degli scopi di tale tiro - opera completa di distruzione - secondo il criterio generale della maggiore possibile brevità, giacché la soluzione estrema di tenere per più giorni sotto un uragano di fuoco tutta la zona delle difese e delle artiglierie nemiche, sebbene Indubbiamente efficace, contrasterebbe con le condizioni del nostro munizionamento nel tratto da attaccare lo spazzamento delle difese nemiche deve essere pieno ed assoluto il che si ottiene con l’accurata preparazione tattica e tecnica del tiro delle artiglierie e delle bombarde.
(Da Filippo Stefani Storia della Dottrina e degli ordinamenti dell'Esercito Italiano) continua con post in data 10 agosto 2020

martedì 30 giugno 2020

Tesi di Laurea. La Battaglia di Monte Stol

Il Dott. Andrea Vazzaz ha discusso nella sessione di laurea invernale del Master di 1° Livello in Storia Militare Contemporanea 1796 -1960 presso la Università degli Studi N. Cusano Telematica Roma la tesi qui presentata. La tesi stessa può essere consultata presso la Emeroteca del CESVAM (www.cesvam.org) Istituto del Nastro Azzurro, Roma, Piazza Galeno previa autorizzazione dell'Autore

sabato 20 giugno 2020

Il valore delle crocerossine nella Grande Guerra. Elena d'Orleans


Stralcio della Relazione presentata alla 
GIORNATA DEL DECORATO 2018 

Sorella CRI Anna Cantafora


Ringrazio il Generale Carlo Maria Magnani Presidente Nazionale dell’Istituto del Nastro Azzurro per l’invito in occasione della Giornata del Decorato. 
 Non è conoscenza comune, che molte donne furono decorate con Medaglia al Valor Militare e tra queste numerose furono le Infermiere Volontarie della Croce Rossa Italiana.
Infermiere Volontarie della Croce Rossa Italiana, questo il nostro nome ufficiale, ma affettuosamente e per tutti: “Crocerossine.”
Tre Crocerossine furono decorate con medaglia d’oro, più di 60 con medaglia  d’argento, più di duecento con medaglia di bronzo.   Arduo scegliere quali figure ricordare! Illustrerò brevemente i profili della Duchessa d’Aosta, nostra prima Ispettrice Generale, delle tre sorelle perite nell’affondamento della nave Po e di Sorella Maria Cristina Luinetti.  Figure lontane e vicine nel tempo , ma sempre e per sempre nel cuore degli Italiani  ELENA DI  ORLÉANS


Elena di Orléans, nacque a Twickenham, il 13 giugno 1871 e morì a Capodimonte il 21 gennaio 1951. Il 25 giugno 1895, sposò Emanuele Filiberto di Savoia, dal matrimonio nacquero due figli: Amedeo eroe dell’Amba Alagi e Aimone.
Trasferitasi a Napoli con il marito, nominato Comandante del X Corpo d’Armata, dal 1909 al 1911, seguì il corso di formazione come allieva infermiera della CRI e sostenne l’esame nell’ottobre del 1911.
Alla vigilia della Grande  Guerra ottenne la nomina a Ispettrice Generale delle Infermiere volontarie della Croce Rossa italiana, incarico che ricoprì dall’aprile 1915 al marzo 1921, mentre il marito Emanuele Filiberto era posto a capo della 3ª Armata schierata sul Carso orientale. Molto amata dalle «sue infermiere», come usava chiamarle, Elena d’Aosta, instancabile, visitò dal nord al sud gli ospedali sia nelle vicinanze della linea del fuoco, sia nelle retrovie e valutò la disciplina e la preparazione delle 10.000 volontarie addette all’assistenza. All’occorrenza, lamentava la scarsa formazione dovuta ai corsi accelerati, indetti in gran numero per far fronte alle necessità del conflitto, rimuovendo dall’incarico le infermiere il cui comportamento reputava dannoso per il buon nome dell’istituzione. Diresse il Corpo con mano ferma, dando un’impronta severa e rigorosa, che rimase a lungo come caratteristica dell’organizzazione. Decise di abolire ogni distinzione di titoli nobiliari.
Per il suo servizio di guerra, ottenne molte decorazioni, fra cui la Medaglia d’Argento al Valor Militare che le venne conferita solennemente il 15 marzo 1917 alla presenza del Duca d’Aosta, nella piazza principale di San Giorgio di Nogaro, con la seguente Motivazione:

“ Instancabile in opere di pietà, con sacrificio di se stessa, fulgido esempio di alacrità e coraggio alle infermiere della Croce Rossa, nonostante i pericoli di ogni specie, si trattenne in lazzaretti di colerosi e ospedaletti da campo dei più avanzati in località battute dall’artiglieria nemica, su tutto il fronte dal Trentino all’Isonzo, sempre serena, impavida soccorritrice, benefica, portando ovunque, anche tra gli edifici crollati sotto le bombe dei velivoli avversari, un conforto amorevole ai nostri soldati ammalati e feriti, inspirando in tutti alte virtù di fede.” 
Fronte di Guerra 1915-1916

lunedì 15 giugno 2020

.La prima guerra mondiale e la donna 2

 Immagini di una fabbrica di munizioni nel 1917. Il personale è tutto femminile. 
Lo sforzo bellico italiano nella Grande Guerra ha avuto un contributo di rilevo sull'impiego della donna nelle fabbriche di carattere strategico



mercoledì 10 giugno 2020

La Tattica nella Grande Guerra 9


Anche nei riguardi dell'azione offensiva il Comando Supremo italiano non ristette dall'aggiornare, completare e modificare la normativa rielaborata fra il 1914 ed il maggio del 1915, della quale le circolari già ricordate - Attacco frontale e ammaestramento tattico e Coordinamento di impiego della fanteria e dell'artiglieria - costituirono la base essenziale sulla quale furono impostate le operazioni del primo sbalzo offensivo (24 maggio-22 giugno). I primi problemi affrontati subito dopo l'entrata in guerra furono la distruzione dei reticolati e (77) l'impiego offensivo della fortificazione campale (78) e, dopo la prima battaglia dell'Isonzo ( 23 giugno-7 luglio), mentre si stava preparando la seconda (18 luglio-3 agosto), il coordinamento dell'impiego della fanteria e dell'artiglieria (79) ed il mantenimento delle posizioni conquistate (80). Dopo l'esperienza delle operazioni offensive compiute dal maggio al settembre del 1915, il generale Cadorna raccolse in un breve quadro sintetico le norme impartite fino a quel punto, e tale documento (81) rappresentò il punto di riferimento dottrinale della terza (18 ottobre-4 novembre) e della quarta (10 novembre-2 dicembre) battaglia dell'Isonzo. La circolare prese in esame 9 argomenti, dei quali 4 di carattere morale-disciplinare (disciplina, segreto delle operazioni, contegno in combattimento, azione e posto dei comandanti) e gli altri più specificatamente di ordine tattico e tecnico (preparazione generica dell'azione e ricognizioni, caratteristica delle posizioni da attaccare e dell'attacco, preparazione e impiego dell'artiglieria, azione della fanteria, occupazione delle posizioni). Essa venne poi completata da ulteriori norme particolareggiate sull'impiego dell’artiglieria intese ad ottenere dal fuoco il massimo rendimento possibile per supplire alla scarsità numerica delle batterie e del loro munizionamento (82). Richiamate le esigenze della preparazione generica (ricognizioni del terreno mediante l'impiego di piccole audaci pattuglie) e del servizio di sicurezza, e le caratteristiche delle posizioni da attaccare (organizzare su due o più linee successive di difesa, distanti fra loro uno o due km, vere zone fortificate), la pubblicazione, senza escludere che sia possibile talvolta ottenere la conquista di più di una delle zone o linee di difesa mediante un unico sbalzo delle truppe attaccanti, dà come norma generale che l'attacco deve sfondarle una ad una - tattica della conquista successiva di obiettivi limitati - e che ad ogni linea o zona deve corrispondere un unico sbalzo delle truppe attaccanti. Perché ciò sia possibile è necessario che le trincee ed i reticolati siano stati in precedenza demoliti e sconvolti, le fanterie nemiche siano state notevolmente ridotte nella loro capacità morale e materiale di resistenza e che le artiglierie della difesa siano state individuate e vengano messe a tacere o quantomeno chiamate a rivolgere il loro tiro prevalentemente contro le artiglierie e non le fanterie dell'attacco. Da qui: la necessità di un potente fuoco di preparazione di tutte le artiglierie di piccolo, medio, grosso calibro la cui durata non può essere stabilita a priori, ma che deve essere prolungato fino a tanto che accurate ricognizioni non abbiano accertato di aver raggiunto lo scopo: più a lungo ed efficace sarà il periodo di preparazione (nel solo limite di non consumare inutilmente le munizioni) e più breve e risolutivo sarà il periodo dell’esecuzione dell'attacco; l'esigenza che le fanterie, una volta compiuta la preparazione dell'artiglieria, irrrompano nelle brecce aperte “con impeto e risolutezza, non arrestandosi davanti a nessun ostacolo, ma tutti superandoli con slancio ed ardimento” e mirando alla meta, “ la quale è sempre al di là di tutta la successione di trincee e di reticolati costituenti in complesso la prima zona d'attacco “ la convenienza a non procedere in una sola linea densa e continua ed, a non arrestarsi davanti alla prima linea di trincee nemiche ed a non addossare i rincalzi su di questa, ma a schierare giudiziosamente le truppe in profondità su di una serie di parecchie non estese e rade linee una all'altra retrostante, pronte ad essere proiettate avanti successivamente, a mano a mano del bisogno”. In corrispondenza dei tratti di penetrazione “ è indispensabile che le successive linee attaccanti si proiettino come onde rincalzanti; ognuna più consistente della precedente e ciascuna destinata a sopravanzare ed a trascinare col proprio impeto la precedente”.  Infine, una volta occupata una posizione occorre consolidarvisi subito spingendo al massimo grado l'assetto difensivo senza darsi tregua né riposo.
(Da Filippo Stefani, Storia della Dottrina e degli ordinamenti dell'Esercito Italiano) continua con posto in data 10 luglio 2020

venerdì 5 giugno 2020

Prima Guerra Mondiale e la Donna 1


Immagini della mobilitazione totale industriale italiana enlla Grande guerra
La donna nelle fabbriche di munizioni




lunedì 25 maggio 2020

In ricordo dell'Alfiere Michele Centofanti


Non dimentichiamo i nostri Eroi. Noi facciamo parte di una generazione che non ha vissuto direttamente gli orrori della guerra. È vero, abbiamo dovuto lottare contro continue crisi economiche, ma tutto sommato, siamo stati più fortunati dei nostri genitori e dei nostri nonni. Il minimo che possiamo fare dunque, è quello di ricordare le persone che sono morte per la nostra Patria. Ricordarsi di loro ci aiuta ad essere più riconoscenti verso chi ha combattuto per un futuro migliore, quel futuro che loro stessi non hanno mai visto, né potuto godere. Tra questi Eroi, troviamo Michele Centofanti di Introdacqua, è stato Alfiere degli Arditi Alpini e ha combattuto nelle “Fiamme Verdi”, nella prima guerra mondiale. L’Ufficiale Alfiere Centofanti, fu colpito da arma da fuoco il 4 aprile 1916, nell’audace azione condotta contro la quota “S. Giovanni”, in zona Monte Grappa. Per capire chi fosse è sufficiente leggere la lettera, che riporto qui di seguito, che scrisse alla sorella poco tempo prima di immolarsi. Fa riflettere la nobiltà d’animo con la quale si esprime, tipica dei valori del tempo. Valori che vorremmo si perpetuassero, per sempre.

Ing. Roberto Centofanti – Federazione di Torino

Dal fronte 15 – 2 – 1916
Sorella carissima,
Nuove lotte ci attendono. Il mio umile servizio alla Patria ricomincia, mi avvicino di nuovo nei luoghi dove tuona il cannone, crepita la fucileria. Coraggio e avanti: Viva l’Italia! Viva il suo esercito.
Sino a quando una stilla di sangue scorrerà nelle nostre vene noi sapremo sempre impugnare un’arma e slanciarci contro il vile nemico. Vittoria dovrà essere la nostra, vittoria completa, santa ideale.
E tu, o sorella, tu che non puoi col braccio difendere la nostra bella Italia, tu che non puoi dare la vita per essa, tu dovrai renderti utile alla Patria in modo diverso ...e sai come? Così, sii forte, sii orgogliosa d’ avere un fratello al fronte, e scrivi a lui lettere piene d’ entusiasmo; digli che tu preghi per lui, digli che combatta da forte, che vinca, che torni vittorioso. Non piangere per esso, ma ridi di gioia quando ti ricorderai che lui pugna per la Patria.
È così che deve mostrarsi la sorella d’ un volontario, d’un giovane che ama la giustizia, che ama la sua Italia. E tu agendo in questo modo recherai al mio cuore tanta gioia, e nello stesso tempo ti rendi utile all’ Italia perché invii il sorriso di contento al soldato che combatte, il quale sentirà meno le fatiche della guerra. Sì, sorella, scrivimi che tu non piangi ma che sei contenta ch’io sono al fronte. Però ricordati che dovrai scrivermelo solo quando ciò lo senti, e non scrivermelo per farmi contento. Pensa alle condizioni dell’Italia, ricorda la tirannia dell’Austria sulla divisa Italia, lo sprezzo con cui i nostri fratelli vennero trattati dal vile nemico, e quando tu avrai compreso tutto ciò che noi abbiamo sofferto sotto il giogo Austriaco, quando le parole, strozzate dal capestro, del giovane Oberdan, scenderanno nel tuo cuore come musica divina, allora, solo allora, tu potrai dirmi: “son contenta che sei in guerra, combatti e vinci”.
E alle tue parole il mio viso si coronerà di gioia, il mio coraggio si raddoppierà, e con la tua angelica visione in mente, saprò ancor di più pugnare e vincere.  E mentre io sulle belle terre di redenzione ornate di sangue combatterò, tu pregherai perché sia vincitore e torni a te.
Coraggio e speranza, grida con me: Viva l’Italia – Viva l’Esercito.
Baci affett.mo fratello
Michele 
Saluti ad Elisa ed amiche.


mercoledì 20 maggio 2020

Le celebrazioni del valore. Il centenario del Milite Ignoto




Un secolo fa, l’Altare della Patria di Roma, l’imponente monumento eretto in Piazza Venezia in onore di Vittorio Emanuele II, detto anche il Vittoriano, divenne protagonista della prima celebrazione del ricordo del Milite Ignoto. Infatti, il 4 novembre 1920 era prevista la Festa delle Bandiere, il raduno di tutti gli stendardi dei vari reparti militari che avevano combattuto durante la Grande Guerra da poco conclusasi. Era un anno difficile, quel 1920, perché la fatiche della guerra avevano prostrato tutti, ma la conclusione del terribile conflitto non aveva portato un immediato benessere. C’erano stati licenziamenti e fame, malattie e proteste. La “vittoria mutilata” non aveva rasserenato gli animi che, come dopo la non assegnazione del Veneto alla conclusione della Seconda Guerra d’Indipendenza, aveva portato sconforto negli ex combattenti, alcuni suicidi, molta amarezza e il senso di non appartenenza ad un Paese che li viveva come un peso.
La prima bandiera ad arrivare a Roma era stata quella dei Granatieri di Sardegna, arrivo concomitante al rientro nella caserma della capitale del reparto lì dislocato. La partenza dalle varie località delle varie bandiere dirette a Roma, aveva dato spazio ad ulteriori disordini che si era cercato di sedare, ed era stata attuata una campagna apposita per sottolineare la valenza patriottico-militare della Festa prevista in occasione della commemorazione della vittoria militare di soli due anni prima. Le bandiere che raggiunsero il Vittoriano in corteo il 4 novembre 1920 furono ben 335, sfilando davanti ai reali che si inchinarono al loro passaggio. Lo spettacolo era superbo, con molta folla e lancio di fiori. Oltre al Re e al Duca d’Aosta, presenziò anche il generale Armando Diaz che venne portato in trionfo dagli ex-combattenti, mentre la commozione generale raccolse gli animi in un legame nazional-patriottico indimenticabile. Soprattutto la menzione dei reparti assenti, dei caduti, il ricordo della sofferenza di molti per il bene di tutti, raccolse intorno alla manifestazione il consenso che la politica necessitava in quel momento così difficile. L’Italia aveva ancora bisogno di senso di unione, di senso di appartenenza di popolo e la manifestazione era riuscita a calmare per un momento gli animi, specialmente nei confronti della Casa Reale. Intorno a quell’evento, si cominciò a ritenere che anche l’Italia avrebbe dovuto avere il proprio Milite Ignoto, come già avevano organizzato la Francia e la Gran Bretagna proprio in quell’anno. Serviva un soldato che rappresentasse tutti quanti mancavano, quelli senza una tomba e morti senza una preghiera; coloro dei quali si era persa traccia per le bombe, l’avanzata o la rotta, perché il tempo aveva cancellato la pietosa deposizione di una croce di legno o di una pietra da parte dei commilitoni. La questione non era, ancora una volta, soltanto sentimentale, ma politica. Il disegno di legge per la celebrazione del Milite Ignoto era arrivato al governo, e continuò il suo iter malgrado il cambio di nomi nelle cariche pubbliche e malgrado i dibattiti, nelle aule e sui giornali. Alla fine, con discorsi toccanti, vere e proprie brecce nelle appartenenze trasversali, si arrivò al voto unanime e all’approvazione della costituzione dell’Ufficio Onoranze al Soldato Ignoto, presso il Ministero della Guerra. Una circolare del 30 settembre 1921, stabiliva che il giorno 4 novembre 1921 si sarebbe data degna sepoltura a Roma, presso l’Altare della Patria, alla salma di un soldato ignoto, cioè di cui non fosse possibile in alcun modo risalire alle generalità. Egli sarebbe stato il rappresentante di migliaia di uomini che avevano dato la vita per la nazione durante la prima guerra mondiale, combattendo per l’Italia dal 1915 al 1918. Ancora una volta le bandiere sarebbero state tutte presenti.
La scelta della salma, su proposta del generale Diaz, non sarebbe stata fatta da un comandante o da un funzionario, ma da una madre che non avesse potuto sapere dove fosse sepolto il proprio figlio. La componente emotiva era forte già sulla carta e lo divenne sempre più sul piano pratico, perché quello spirito di nazione si stava materializzando ancora, come nei mesi di guerra. E diventava importante il riconoscimento del dolore di migliaia di donne, che non solo dovevano piangere la perdita dei propri cari, mariti figli padri fratelli fidanzati, ma dovevano farsi carico delle conseguenze belliche, così come avevano fatto con immani sacrifici nei mesi, fino a quel 1921 in cui ancora non si vedeva la fine delle sofferenze.
Venne nominata una Commissione deputata ad andare a cercare 11 salme, come richiesto dalla circolare n. 71. I suoi membri avevano giurato che avrebbero taciuto per sempre sui luoghi di ricerca dei caduti, così da garantire l’assoluto anonimato del milite. Il pellegrinaggio iniziò dal Trentino e proseguì per alcuni giorni dell’ottobre 1921, passando per il Monte Ortigara, il Monte Grappa, il Montello, non dimenticando un marinaio, simbolo del sacrificio della Marina Militare. Si arrivò verso Gorizia, sul San Michele, il San Marco e il Carso, nomi che si erano scolpiti nella mente di ogni italiano, soprattutto dal 1917 alla vittoria del 4 novembre 1918. Undici salme che raggiunsero, nelle bare appositamente predisposte, nella Basilica di Aquileia. Lì, nel giardino del simbolo della cultura italica, giacevano i morti delle prime ondate belliche; lì aveva sostato in meditazione D’Annunzio; lì erano entrati, vincitori momentanei, gli austriaci; lì era subito stato sistemato il camposanto una volta riconquistato agli italici colori. Aquileia era il simbolo della sofferenza e di ciò che resta, dopo tutto, malgrado tutto.
L’imponenza della Basilica, dai meravigliosi affreschi romani, dal silenzio che cala dalle vette che la circondano, vegliava sul riposo dei resti della battaglia. Lì una madre avrebbe scelto il Milite Ignoto da inviare a Roma e lì sarebbero stati seppelliti gli altri, monumento eterno di tutti gli Italiani. Il giorno scelto per il riconoscimento era il 28 ottobre, in modo da poter fare arrivare, in treno, nella capitale, la salma del Milite Ignoto per il 4 novembre. La donna che riconobbe idealmente suo figlio tra le bare fu Maria Maddalena Bergamas, madre di Antonio, figlio unico, e la colonna sonora che accompagnò quel momento carico di commozione per tutti i presenti, centinaia di persone, fu un testo scritto da Giovanni Gaeta e noto come “La leggenda del Piave”, eseguito dalla fanfara della Brigata Sassari. Il Milite Ignoto e “La leggenda del Piave” diventarono emblema nazionale e sono vessillo ancora oggi non delle gesta di guerra, ma dell’amore materno, dell’amore filiale, dell’unità delle persone intorno alla vita vera e alla necessità di tutelarla e difenderla, bene prezioso e fragile allo stesso tempo. Una lezione che si rinnova ancora oggi, sotto varie forme, e un simbolo attorno al quale unirci per sentirci parte di un tutto al quale stiamo a cuore. Cent’anni dopo, nessuno si vergogna più delle bandiere esposte sui balconi e di essere italiano. Ignoto, nel sacrificio e nel dovere, nella dedizione e nella solidarietà. Combattente, anche se con altre divise, e forse nessuna.


venerdì 15 maggio 2020

Progetto Capire la Grande Guerra. Volume III






Massimo Coltrinari
Riflessioni sulla Grande Guerra
La  Vittoria ed i suoi artiefici
I Generali Italiani nella Grande Guerra 
Roma Casa Editrice Nuova Cultura, 2020, Vol. III

Il Volume riporta a compendio dei primi due dedicati al commento ed alle riflessioni sulle operazioni della Grande Guerra le biografie ragionate dei due Capi di Stato Maggiiore, Luigi cadorna ed Armando Diaz. A seguire gli incarichi svolti durante la guerra dai Generali Italiani a livello di Armata, Corpo d'Armata, compresi il Comando Supremo, le Unità operanti ed i Corpi di Spedizione




il volume è acquistabile in tutte le librerie; 
oppre presso la casa editrice  (ordini@nuovacultra.it)
 o presso l'Istituto del nastro Azzurro
 Roma Piazza Galeno 1
 (segreteriagenerale@istitutonastroazzurro.org)

info e contatti: editoria.cesvam@istitutonastroazzurro.org
(www.cesva.org)

domenica 10 maggio 2020

La Tattica nella Grande Guerra 8

I carri armati furono impiegati prematuramente, mandati allo sbaraglio prima che i loro equipaggi avessero ultimato l'addestramento e prima che gli stati maggiori avessero avuto il tempo di riflettere sul modo migliore di impiegarli e di sfruttarne la combinazione di potenza di fuoco, di movimento e di protezione che essi racchiudevano in un solo strumento. Che il carro armato fosse l'antidoto giusto al binomio mitragliatrice-reticolato e, perciò il mezzo idoneo a superare la guerra di posizione che aveva ridotto la strategia bellica una semplice tecnica di logoramento (76), sarà compreso a Cambrai il 20 novembre 1917 e, soprattutto, l’8 agosto del 1918 quando gli inglesi li impiegarono a massa contro la 2^ armata tedesca ad est di Amiens; ma, in entrambe le circostanze, faranno egualmente difetto la capacità e la preparazione necessaria a comprendere che i carri non erano solo mezzi di rottura, ma anche e soprattutto di sfruttamento del successo.
Quando verso la fine del 1917 i tedeschi, dopo circa 3 anni, decisero di passare nuovamente all'azione offensiva sulla fronte occidentale, avevano pronta una nuova tattica che esperimentarono prima a Riga e poi a Caporetto. Con la tattica dell'attacco contro i punti deboli che essi adottarono, intesero: restituire alla fanteria il compito della conquista degli obiettivi; conferire alla fase di penetrazione carattere di potenza, continuità e flessibilità, da essi stessi sottratto con la tattica di intermittenza; rimettere in auge i principi della sorpresa, dell'inganno e dell'economia materiale delle forze per troppo tempo disattesi. La nuova tattica, alla quale ben presto si uniformarono gli altri eserciti e che costituirà la base delle dottrine offensive tra la prima e la seconda guerra mondiale, poggiò sui seguenti criteri fondamentali: preparazione dell'artiglieria non superiore alle 3-5 ore; smascheramento dello sforzo principale mediante il ricorso a sforzi finti di potenza iniziale non inferiore a quella dello sforzo principale; continui spostamenti di truppe nelle retrovie per disorientare il difensore; riduzione e, se possibile, annullamento delle soste attacco durante, mediante stretta cooperazione fanteria-artiglieria che assicuri, finché è possibile, l'appoggio mobile di fuoco, e mediante lo stretto coordinamento del movimento dei reparti fucilieri con il fuoco dei nuclei mitraglieri e lanciagranate, delle bombarde e dei cannoni di accompagnamento; sostituzione nelle formazioni della fanteria della riga con la fila come la più idonea al movimento e la meno vulnerabile; riduzione della densità della catena. In Piccardia nel marzo la preparazione di artiglieria durò 5 ore, in Fiandra nell'aprile 3 ore, sull’Aisne nel maggio 2 ore e 40 minuti, nello Champagne in luglio 5 ore 20 minuti sulla Marna 4 ore 40 minuti; a Caporetto nell'ottobre del 1917 ed a Banteux e Ventidue nel novembre i tedeschi avevano già attaccato dopo una preparazione brevissima, ma intensa, di granate a gas, fumogene ed esplosive; gli austro-ungarici nel giugno del 1918 aprirono il fuoco alle 3 del giorno 15, preceduti di mezz'ora dalla contropreparazione italiana, e mossero all'attacco 4 ore dopo. Prendere posizione durante la notte, non logorarsi contro i punti forti, sfruttare le occasioni favorevoli, insinuarsi nelle zone di maggiore facilitazione e di minore resistenza, non gettarsi in massa contro la fronte ma sondare i punti deboli, avviluppare e non battere contro: questi i canoni della nuova tattica e della nuova tecnica che modificarono sostanzialmente la fisionomia fino ad allora avuta dall'azione offensiva, che acquistò così un certo respiro. L'artiglieria smantella i punti forti, la fanteria manovra per farli cadere; le 2 armi riassumono i ruoli tradizionali. Ma il problema dell'azione offensiva non su risolto, solo reso meno difficile e costoso. Anche con la tattica e la tecnica precedenti, sia pure con costi insostenibili, si era riusciti talvolta a rompere le sistemazioni difensive ed a penetrarvi in profondità, ma erano mancati i mezzi idonei al dilagamento. E’ vero che spesso il dilagamento non c'era stato o per indisponibilità di riserve, o per la loro dislocazione eccentrica, o per colpa dei generali, ma la verità di fondo era stata l'idoneità del mezzo, perché la cavalleria, la cui iniziale insufficienza di capacità operativa era venuta vieppiù aumentando in proporzione geometrica con il progressivo accrescimento della robustezza delle difese, non era stata, non era e non sarà più in grado di esprimere la potenza necessaria a sfondare le barriere difensive che incontrava in profondità, e neppure a prevenirvi il nemico che non senza ragione le predisponeva così lontane.  La forza della tradizione, lo spirito di sacrificio, il coraggio ed il valore non erano più sufficienti a supplire la debolezza costituzionale di mezzi inidonei vulnerabili. La difesa ebbe sempre modo e tempo di correre alla parata anche quando l'attacco ruppe il muro e riuscì a sboccare in campo aperto, dove giunse però quasi sempre esausto e logoro, privo cioè della forza psicologica e materiale per spingersi con slancio in profondità. La cavalleria, che guerra durante aveva ricevuto nuovi mezzi di fuoco, non fu egualmente in grado di svolgere il suo compito principale e dové appiedare per combattere con procedimenti infanteristici nell'ambito delle azioni tattiche e delle divisioni e dei corpi d'armata.
 (Da Filippo Stefani Storia della Dottrina e degli Ordinamenti dell'Esercito Italiano). continua con post in data 10 giugno 2020